Microbiota e Sclerosi Multipla: nuove evidenze

14808

Il microbiota umano, l’insieme di microrganismi che popolano il nostro canale digerente, negli ultimi anni ha mostrato essere molto più che un ospite nel nostro organismo.

Di recente, uno studio aveva già evidenziato una correlazione tra microbiota e Sclerosi Multipla (se ne parla qui) e i ricercatori dell’IRCCS dell’Ospedale San Raffaele l’hanno riconfermata attraverso un nuovo studio andando più a fondo, dimostrando in che modalità e quali ceppi di microbiota intervengono nella fase attiva di questa malattia.

Due ricerche indipendenti, due team indipendenti ma la stessa (importantissima) conferma: la correlazione tra particolari ceppi batterici del microbiota umano e la sclerosi multipla c’è e ha dei precisi meccanismi.

Entrambi gli studi sono stati pubblicati sulle pagine del Proceedings of the National Academy of Science (PNAS).

Gli Studi

Il primo team di ricercatori, guidato da Sergio Baranzini, è dell’Università della California e si è focalizzato su quali ceppi batterici sono coinvolti e in quali modalità.

Il team di ricercatori ha analizzato prima in vitro e poi in vivo ,avvalendosi di cavie murine, le interazioni tra tre particolari ceppi batterici commensali e particolari cellule umane dell’immunità, i linfociti T: i ceppi di Acinetobacter muciniphila e Akkermansia calcoaceticus (particolarmente abbondanti nei pazienti affetti da sclerosi multipla) e il ceppo di Parabacteroides distasonis (più rappresentato nella flora dei soggetti sani rispetto alle precedenti specie).

Nella fase in vitro, i ceppi di Acinetobacter e Akkermansia hanno promosso la differenziazione dei linfociti T verso la linea CD4 Helper, cellule dell’immunità che promuovono la formazione di uno stato infiammatorio. Il ceppo di Parabacteroides, invece, ha promosso la differenziazione in T regolatori, cellule coinvolte nella modulazione della risposta infiammatoria, soprattutto in senso negativo.

Per confermare quanto osservato, i ricercatori hanno inoculato i ceppi batterici e indotto una risposta infiammatoria (al livello del sistema nervoso centrale) in 2 gruppi di cavie murine: le cavie nel gruppo a cui sono stati inoculati Acinetobacter e Akkermansia hanno rapidamente sviluppato un’importante infiammazione alle strutture nervose, simile alla fase attiva della sclerosi multipla nell’umano; il gruppo a cui è stato inoculato il ceppo di Parabacteroides, invece, ha addirittura debellato lo stato infiammatorio indotto dai ricercatori.

Dall’altra parte del mondo, il secondo team di ricercatori, guidati da Gurumoorthy Krishnamoorthy e Hartmut Wekerle e proveniente dal Max Planck Institute of Neurobiology in Germania si è focalizzato sugli aspetti epigenetici della scoperta, andando a studiare i casi di 34 coppie di gemelli omozigoti (di età compresa tra i 20 e i 60 anni) in cui uno solo dei 2 avesse sviluppato una forma di sclerosi multipla.

Andando a prelevare un campione di microbiota dal tubo digerente dei gemelli e inoculandolo in 2 gruppi di cavie murine (geneticamente predisposte per sviluppare stati infiammatori alle strutture nervose del SNC) si è notato che le cavie nel gruppo che ha ricevuto il microbiota proveniente dal gemello affetto da sclerosi multipla, ha in seguito sviluppato un importante stato infiammatorio alle strutture nervose intracraniche.

Risultati

Se da un lato queste 2 ricerche si uniscono ad una ben più grande schiera di studi che pongono l’attenzione sul microbiota umano come principale fattore eziopatogenetico di diverse patologie, dall’altro lato ci mostrano come la soluzione a queste patologie microbiota-indotte si trovi nel microbiota stesso, ma in diversi ceppi.

Se da un lato, infatti, Acinetobacter e Akkermansia vanno annoverati nei fattori prognostici negativi della sclerosi multipla, il ceppo di Bacterioides si è dimostrato molto utile nella produzione di linfociti T regolatori, aprendo la strada a future terapie che si avvalgono del microbiota.

FONTI| Articolo 1 Articolo 2

CONDIVIDI
Articolo precedenteCaso clinico #81
Articolo successivoViaggio al termine della gastroenterite
Jacopo Castellese
Studente di Medicina e Chirurgia presso "La Sapienza" di Roma e appassionato di scienza e tecnologia. Quando non sono impegnato in attività di reparto o di studio cerco sempre di tenermi aggiornato e di divulgare queste conoscenze in modo da scardinare le false credenze che le pseudoscienze di oggi (o il dr. Google di turno) cercano di affermare.