Depressione maggiore: quando un allucinogeno può risolverla

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Uno studio condotto dall’Imperial College di Londra su pazienti affetti da depressione maggiore resistente, ha evidenziato i vantaggi della psilocibina, sostanza contenuta in alcuni funghi psichedelici.

Comunemente note per il loro scopo ricreativo, tali sostanze hanno rivelato una protratta regressione dei sintomi fino a 5 settimane dopo il trattamento.

Il funghetto del piacere e lo spettro della depressione

La psilocibina, profarmaco della 4-idrossimetil-triptamina (psilocina), è un agonista non selettivo del recettore 5-HT2A della serotonina, con cui condivide rilevanti analogie strutturali. È naturalmente presente nei funghi del genere Psilocybe, voluttuariamente sfruttati per il loro effetto psichedelico.

Se fino a qualche anno fa tale uso era ben noto a frequentatori e non dei coffee-shop olandesi, più recentemente sono emerse le stimolanti opportunità del micete (o meglio, della psilocibina) in ambito medico.

In effetti il profarmaco è da qualche anno oggetto di interesse clinico, rivelandosi vantaggioso nel trattamento del disturbo ossessivo compulsivo e delle dipendenze da alcool e nicotina.

Ad oggi si apre la speranza per la depressione maggiore, nella sua particolare forma resistente al trattamento.

Il concetto di “resistenza al trattamento” ascrive a diverse valutazioni, quali intensità, durata e quantità numeriche di trattamento; in soldoni si può parlare di “resistenza” solo in presenza di un trattamento antidepressivo adeguato, somministrato in giuste dosi e tempo, per almeno 6 settimane. E, altrettanto, si può considerare “guarigione” solo una remissione di almeno 6 mesi continuativi.

Ora, tralasciando le delicate e numerose sfumature di fattori implicati nel fallimento della terapia farmacologica (includenti ad esempio la gravità della sintomatologia), la depressione maggiore resistente al primo trattamento si attesta ad un impressionante 30% circa dei casi. 

Lo psichedelico rappresenta dunque un sorprendente passo avanti, ma qual è nel dettaglio il suo meccanismo d’azione sulla patologia?

Lo studio

L’Imperial College aggiunge un tassello al profilo terapeutico di questo psichedelico, valutandone gli effetti alla risonanza magnetica prima e dopo il trattamento.

Sono state somministrate due dosi a distanza di una settimana, rispettivamente da 10 e 25 mg, a 19 pazienti affetti da depressione maggiore.

Tutti i sottoposti al trattamento hanno riscontrato un effetto benefico sulla sintomatologia (per ben 5 settimane), descrivendo la regressione come un ritorno alla condizione precedente all’insorgere della malattia. Da qui, l’appellativo da parte degli autori della ricerca di “effetto reset” della psilocibina sulla depressione maggiore resistente.

In realtà quale sia il meccanismo cerebrale mediante tale effetto, rimane una domanda irrisolta. Tuttavia tale studio parla di una diminuzione nel flusso a livello dell’amigdala, regione cerebrale particolarmente coinvolta in stress, emozioni e paura.

Gli psichedelici e la depressione

Gli psichedelici sono quindi la soluzione al temuto problema della depressione?

In realtà lo studio, a detta dei ricercatori stessi, manca di un numero adeguato di pazienti e, soprattutto, necessita di un gruppo di controllo che permetta di valutare le differenze con il placebo.

Quel che è certo è che i risultati sono sorprendenti e si accompagnano ad una serie di intuizioni che antecedono i fatti sopraccitati. Non solo la psilocibina infatti è da tempo oggetto di interesse, ma anche la ketamina ha rivelato proprietà degne di nota.

In effetti, il più celebre degli psichedelici si è da sempre dimostrato un valido alleato nell’anestesia e, di recente, ha dato ottimi risultati nella terapia delle dipendenze.

Sfruttata naturalmente anche a scopo voluttuario, la ketamina rivela a dosi sub-anestetiche un’alta percentuale di risposta immediata (oltre il 50%) nei pazienti affetti da depressione maggiore.

Concludendo…

La ketamina, con il suo meccanismo di interazione con recettori NMDA e AMPA, rappresenta da tempo un alleato indispensabile in anestesia e analgesia e di recente rivela ottimi benefici nella terapia delle depressione maggiore. Di contro la psilocibina, con la sua analogia strutturale alla serotonina, miete speranze di crescita nella terapia della depressione maggiore.

Di depressione se ne sente tanto parlare, anche impropriamente, quasi mercificando questa terrificante patologia, con il rischio anche di confonderla con meri aspetti caratteriali o passeggeri tratti dell’umore.

Nell’epoca dell’incertezza i numeri crescono vertiginosamente, ma è pur vero che la consapevolezza ci permette ad oggi di denunciare condizioni fino a ieri taciute, per vergogna e inadeguatezza.

Lunga vita dunque ai progressi in merito, che siano o meno gli affascinanti funghetti ricreativi a risolverci il problema.

Per doverosi approfondimenti sulla ricerca, il chiarissimo articolo pubblicato su Nature Research.