nato con la camicia - dal blog di francesco giaroni - la medicina in uno scatto

Il bar del Policlinico è sempre molto affollato, il via vai di pazienti e personale crea quel familiare brusio di fondo in cui spicca l’inconfondibile voce di Maurizio, il barista, che smista sapientemente gli ordini. Finalmente l’agognato caffè di metà  mattina, che si aggiunge alla lista pressoché infinita di quelli già  presi. E’ sorprendente, in effetti, come non abbiamo ancora sviluppato tremori anomali. Cecilia (n.d.r. dialogo in corsivo), appena tornata da un mese in Benin, porta una camicetta blu e i capelli sciolti, io ho appena finito un mattinata di tirocinio in pneumologia, classica maglietta grigia monocolore. Sui capelli sorvoliamo, grazie.

Dopo aver appoggiato la tazzina, mi appiattisco sul tavolino e mugugno: “Madre santa, in broncoscopia stavano sturando la laringe infettata di una paziente… ho respirato ventate di brezza marina che te le raccomando!”. La sua faccia si commenta da sola: “Che schifo! Ma come fai ad amare così tanto il catarro?”. Sarà  la perversione di veder stappare la gente che dà  una certa soddisfazione: “Pneumologia non è solo catarro dai!”. Beata ingenuità , a volte credo che ce la faccia a darmela vinta, ribatte: “Diciamo un buon 90%, catarro e klebsielle… A proposito, il paziente di ieri con la polmonite?”. Come faccia a non apprezzare la magnificenza dei ventilatori non mi è chiaro, “Mah lui benino sembra. Più che altro è rientrato uno con scompenso cardiaco, polmoni belli annacquati. Sai quello enorme di cui ti raccontavo che dà ordini acidi a tutti con la testa incassata e la voce stridula?”. Ingiustificatamente le si illuminano gli occhi: “Mi piacerebbe conoscerlo, sai che adoro i nonnini autoritari!”. “Ma se è un rompicoglioni patentato! Poi il fatto è che è sempre, e dico sempre, dentro per la stessa cosa. Prende i farmaci quando gli pare e continua a fumare”. “Ma guarda che è anche colpa vostra! Uno così andrebbe gestito diversamente, secondo me”. Un pizzico di arroganza non manca mai, ma per lui hanno speso tempo e energie e non mollo: “No, è che lui se ne sbatte! Forse se dovesse pagare si renderebbe conto”. Ho sempre pensato che a qualcuno farebbe bene vivere i reali costi dell’assistenza, “Pensi che io lo giustifichi? Solo che penso spesso alle situazioni che ho visto quest’estate, la soluzione non può essere far pagare l’assistenza”. “Mah sì dai, mi rendo conto del problema che potrebbe creare, però capisci che qui siamo all’eccesso opposto!” “Non voglio essere pesante eh, ma per rendersi conto di qualcosa bisogna averlo visto!”. Mi arrendo all’inevitabile: “Ok ok, hai ragione su questo visto che me l’avevi già provato a spiegare quando eri là, no? Alzo le mani”. Nei suoi occhi di donna compare la scintilla della vittoria: “A proposito, sai che mi avevi chiesto di leggere il diario che ho scritto là? Se vuoi l’ho qui con me…”. Non ho molto tempo, ma devo ammettere sono curioso.

Tra le righe mi fermo quando racconta di una mattinata in traumatologia:

Stamattina siamo un po’ in ritardo, corriamo in stanzino a cambiarci e in tempi record siamo nelle stanze. Il giro visite è già iniziato, ed essendo venerdì oggi si programmano gli interventi. Entrati nella prima stanza iniziano a sentirsi urla assordanti. Dopo pochissimo il primario esce e rientra quasi subito con faccia preoccupata, ovviamente non resisto ed esco anche io, le urla sono più forti ma non riesco ad individuare la fonte. Tuttavia non è strano visto che la maggior parte delle manovre vengono eseguite senza anestesia. Rientro, sono tantissimi i pazienti in attesa di un intervento, i medici procedono con una rapida occhiata alle lastre e il controllo del pagamento per l’intervento, quindi lo mettono in programma a circa una settimana. Tra tutti mi colpisce un ragazzino, l’ho medicato il giorno prima, la famiglia non ha ancora trovato i soldi per operarlo nonostante abbia una frattura della gamba con una lacerazione talmente evidente da mettere in mostra l’osso, il massimo che si può fare per il momento è applicare garze impregnate di betadine. Il ragazzo a fianco è morto nella notte per via di un’infezione. Uscita dalla stanza scrivo a Francesco, quando sono inquieta mi tranquillizza. Mi scappa di nuovo un “non puoi capire”, e un po’ mi odio perché sembra voler dire che sono un gradino sopra di lui, solo che non riesco a spiegarmi come vorrei temo. Come sempre, cerca soluzioni che avrebbero potuto evitare la morte del ragazzo del giorno prima, fino a chiedermi se non fosse stata possibile un’amputazione, “dai, piuttosto che morire!”. Qualsiasi intervento costa però, in un paese in cui non esiste alcun tipo di assistenza sanitaria non si può scegliere, o trovi il denaro o attendi che accada qualcosa.

Il vociare indistinto mi distrae per un attimo. Restituisco gli appunti a Cecilia, che per cambiare argomento chiede dove mi andrebbe di pranzare, mentre io guardo dentro la tazzina vuota con l’aria di chi veramente l’ha scampata bella a nascere in questa penisola.

 

(con la collaborazione di C.P.)