vocazione - dal blog di Domenico Posa Mostarda e Medicina

Ammiro chi sorretto dalla sua perseveranza ed intriso dalla passione volge, lungimirante, gli occhi al futuro. Ma no, non è il mio caso.

E’ l’anno della summa, quello tanto ambito, sono al sesto anno.
Con le spalle chine ed una luce fioca, innumerevoli le ore spese sui manuali fra grandi paroloni e magnifici viaggi mentali che hanno dipinto, con una mezza luna scura sotto i nostri occhi, il volto della stanchezza. Un ciclo reiterato e spezzato forse solo a poche settimane dall’esame, quando colmi più di stress e cortisolo che di sentimenti, siam ritornati con i piedi per terra.

Un percorso, un lungo tragitto, intrapreso da ognuno di noi per le più disparate motivazioni.

Riemergono tanti momenti nella mia mente, ma uno è più forte di tutti gli altri ed è condiviso con tutti voi. E’ quello nel quale ci hanno chiesto: perché vuoi esser medico? I miei parenti a più riprese me l’hanno chiesto, i miei amici me l’hanno chiesto, i miei insegnanti del liceo me l’hanno chiesto e, ci metterei la mano sul fuoco, lo sguardo assorto del mio cane son sicuro fosse spesso dovuto al perché io voglia essere un medico.

Passino le prime volte, l’euforia della novità, ma tutto si è trasformato in un’estenuante sgattaiolamento fra mezze motivazioni ed immotivati sguardi bassi volti a dar adito ad un timido imbarazzo. Il tutto è ricaduto irreparabilmente sui miei didimi i quali tumefatti e dolenti dal ripetersi della domanda, mi hanno portato a dar una risposta: la mia risposta.

Irrisori i voli pindarici a cospetto delle teorie più estrose sul perché, tanti miei colleghi, vogliono esser medici. Pronti, irrefrenabili e convincenti sono quando rispondono ed a rincarar la dose del “ho sempre voluto fare il medico”, fulminea è la foto di loro da piccini in camice e fonendo ad auscultar cose. Una prova incontrovertibile. Certo.

Io una foto così non ce l’ho, è dunque logico supporre non abbia una motivazione forte almeno alla pari. Stando allo stesso ragionamento, inoltre, sarei potuto essere un ottimo autista di scavatori – sogno al quale ancora non rinuncio, sia chiaro.

E’ il concetto del “ho sempre voluto fare il medico” a non reggere, a crearmi quello strano prurito al naso tipico di quando sei in sala operatoria, lavato, e non puoi grattarti. Indossano in toto la maschera del personaggio, scordando la pragmaticità della faccenda. Vaglielo a spiegare, poi, che se il concetto fosse universale, un bambino di pochi anni intento a proiettarsi come medico legale a sezionare cadaveri sarebbe, al minimo, macabro.

E’ in questo panorama che serpeggia, sibillino e cauto, il sentimento di vocazione.

La chiamata alla professione, il fardello della responsabilità di prendersi cura delle persone, il dovere di legare emorroidi insomma.

Io nella vocazione non ho mai creduto. E’ lontano dagli stereotipi, nascosta nel nostro intimo, la ragione per la quale abbiamo deciso di intraprendere una strada. Il più delle volte, a dir il vero, si fa fatica a tirarla fuori e a dichiarare apertamente il perché di qualcosa che oramai coinvolge appieno la nostra vita. Esporsi aggiunge il rischio di apparire ridicoli e vien facile tirare su il muro del sarcasmo.

In questi anni ciò che mi ha mosso è stata sempre la curiosità. Non sono mai stato convinto di voler far questo sino al momento in cui ho capito di esser particolarmente curioso. E’ tutto qui.

Raccontarla così, non suscita ammirazione negli occhi pieni di aspettative di chi ti ascolta. Raccontare la propria curiosità circa il modo attraverso cui un microrganismo grande poco più di pochi micron possa far soccombere un altro di diverse decine di chili, non provoca empatia. Raccontare la propria curiosità a proposito di come una molecola esogena possa interagire, in maniera apparentemente stocastica, con il suo esatto target, annoia addirittura.

Perché vuoi esser medico? Che sia per una chiamata quasi divina o che tu abbia qualsiasi altra motivazione, sta tranquillo: se al sesto anno ti chiedessero di ricominciare da capo, comunque non lo faresti.