Riconoscere i volti: esperienza o capacità innata?

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Chi o cosa ci permette di riconoscere in un volto, con espressioni e lineamenti precisi, quello di nostra madre? E di nostro padre? Stiamo parlando di una funzione cognitiva complessa che fino ad oggi , nella maggior parte dei testi, riviste e articoli, veniva considerata “innata”.

Negli ultimi anni, tuttavia, sebbene i meccanismi di riconoscimento non siano ancora stati ben identificati (uno studio recente pubblicato su Cell rivela un possibile meccanismo osservato su macachi qui consultabile), si è fatta sempre più aspra la diatriba: “riconoscere i volti è una facoltà innata o dettata dall’esperienza?

A questa domanda cerca di rispondere lo studio pubblicato a settembre 2017 su Nature Neuroscience che sposta decisamente l’ago della bilancia verso una visione della funzione di riconoscimento dei volti frutto dell’esperienza e , dunque, acquisita nel tempo.

LO STUDIO

Il team di ricerca di Harvard ha sottoposto due gruppi di macachi a tecniche di neuroimaging, in particolare risonanza magnetica funzionale, a circa 200 giorni di vita. I due gruppi non condividevano però lo stesso background: mentre uno era stato allevato nella propria comunità, l’altro era stato cresciuto da esseri umani dal volto coperto mediante una maschera.

Ciò che è emerso dalle immagini è stato, nei macachi del secondo gruppo che non avevano mai visto un volto, l’assenza dello sviluppo di un’area cerebrale, situata nei pressi del solco temporale superiore. Tale area è deputata al riconoscimento dei volti, il cui mancato sviluppo ha suggerito in modo evidente che è l’esperienza a giocare il ruolo più importante nell’ instaurarsi delle connessioni cerebrali coinvolte in tale funzione.

Nello specifico, si nota che i macachi in questione non sviluppano domini visivi per i volti mentre ne sviluppano per altre categorie di oggetti/soggetti, pur mantenendo un’ organizzazione retinotipica normale.

Dunque, l’esperienza precoce diventa responsabile dello sviluppo stesso delle strutture anatomiche atte a espletare la funzione cognitiva di riconoscimento.

Chiaramente, come molti esperti hanno chiarito a tal proposito, lo studio conferma sì il ruolo dell’esperienza ma NON priva la predisposizione biologica di alcun ruolo. Sono molti, infatti, a ritenere che lo sviluppo della mente e delle sue complesse funzioni siano il frutto dell’interazione tra esperienza ed elementi innati. Perciò, come spesso accade, più che compartimentalizzare i ruoli bisognerebbe intenderne le relazioni.

Studi come questo possono assumere uno spessore sempre più ampio alla luce del loro impiego nella comprensione di patologie complesse, disturbi dello spettro autistico prima di tutto. Tipico del soggetto autistico è , infatti, il rifiuto o l’incapacità di guardare i volti. Tale circostanza, alla luce di queste nuove osservazioni, potrebbe essere spiegato da una deficitaria esposizione sensoriale che si tradurrebbe in uno sviluppo incompleto delle aree cerebrali, e quindi in una funzionalità ridotta.

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Antonella Moschillo
Nata ad Ariano Irpino (AV) il 12 Marzo 1996, frequento la facoltà di Medicina e Chirurgia presso "La Sapienza" a Roma dopo essermi diplomata presso il Liceo Classico "P.P.Parzanese" di Ariano Irpino. Quando non sono impegnata in altro, studio. Mi preoccupa rimanere indietro rispetto a ciò che mi accade intorno, per questo impegno la maggior parte del mio tempo a informarmi e, quando e se sono nelle condizioni, di informare.