La Morte nei suoi occhi, il mio primo incontro

Cerco sempre di scrivere in modo leggero quando racconto: non prendersi troppo sul serio è stato uno dei migliori aiuti per barcamenarmi in questi anni.

Tra tutti quelli che ho incontrato nel mio percorso da studente di medicina, di uno mi premeva particolarmente scrivere, e non potrò farlo in modo scherzoso: Lei.
La incontrai per la prima volta, faccia a faccia, nella stanza dei codici rossi nel pronto soccorso del Policlinico.

Un uomo sulla sessantina era entrato riverso su una barella, con gli occhi sbarrati rivolti al soffitto. Probabile IMA diceva la dottoressa dell’auto medica mentre spiegava che erano stati chiamati da un ragazzo che faceva jogging in campagna. Come a seguire uno spartito, infermieri e medici del PS si muovevano in concerto, poche parole, l’anestesista di corsa con lo zaino arancione delle emergenze. I parametri vitali in bella vista, l’ECG, qualche dosaggio scandito con voce perentoria. Il volume di tutto quello che succedeva in quella stanza sembrava alzarsi sempre più, mentre io rimanevo immobile in un angolo ai piedi del paziente.

I miei occhi incontrarono quelli del medico che stava spingendo sullo sterno del signore esanime. Non perse un minuto:
“Sai come si fa un massaggio cardiaco?”
“S…sì”
“L’hai mai fatto?”
“Su di un manichino”
“Ti seguo io, non mi sento più la schiena quindi mettiti i guanti e quando te lo dico dammi il cambio, ok?”

Piegato sul costato dell’uomo, le braccia tese e il bruciore dei muscoli serie dopo serie, mentre l’anestesista mi diceva “più a fondo” o “più piano” con lo sguardo contrariato verso il monitor dell’ecocardiografia dopo l’ennesima iniezione di adrenalina. L’infarto era stato esteso e l’attività elettrica era troppo compromessa. Cercavo di tenere il ritmo senza guardarlo in faccia, Stayin’alive ti dicono a lezione, cominciavo a non farcela più ed a mia volta lasciai il cambio. Cacciai i Bee Gees dalla mia testa, ero madido di sudore.

io ernesto e gli altriDopo 40 minuti di tentativi, dichiararono il decesso. Il corpo stava immobile sul lettino e improvvisamente era calato il silenzio rotto solo dai rumori dei macchinari e qualche bisbiglio.

Porca troia”, mi dissi, poi tacqui e me ne andai dalla sala.
Uscendo mi girai verso sinistra, ancora frastornato. Il medico era ritto con sguardo basso, la moglie dell’uomo, in lacrime, si era accasciata su una sedia con un suono strozzato nella gola e una mano che tremava a coprire la bocca. Sembrava una marionetta a cui avevano tagliato i fili.

Fu lì che la incrociai per la prima volta, e le bastò un attimo.
Non ho l’esperienza né la sensibilità sufficiente per scrivere qualcosa di profondo o interessante nei suoi riguardi, c’è chi ha già scritto pagine immense. Inoltre non posso nemmeno lontanamente immaginare cosa abbia significato per la donna sulla sedia quel momento, ed era passato davanti a me con una velocità sconcertante standocene in mezzo per pochi istanti tra perfetti sconosciuti.

Come l’ospite che mai vorresti alla porta le si era seduta accanto, con l’alito sul collo di lei, che restava.

Ero spaventato, non lo nascondo, così come lo sono ancora al pensiero. Puoi averne sentito raccontare spesso, vederla nelle immagini, accorgerti che arriva per togliere ad altri, ma non puoi esserne preparato. Chi la vede, chi rimane privo di qualcuno, questo taglio netto è quello che mi terrorizza: non la Sua faccia violenta e sanguinate, ma quella dei giorni successivi che ti ricorda cosa manca.

Forse, nel suo significato meno banale e in tutta l’assurdità di questa frase, è per illudermi di scappare da Lei la ragione che mi ha portato a voler diventare un medico.

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Francesco Giaroni
Nato nel 1992, laureato in Medicina e Chirurgia all'Università di Modena e Reggio Emilia nel 2017, ancora non se ne capacita e dice che da grande farà l'archeologo. Estimatore di Jorge Luis Borges e della FIAT Multipla, è stato fulminato sulla via di Damasco da Pneumologia (e spera che un giorno l'amore sarà ricambiato).