La salute degli immigrati in Italia: le nuove evidenze

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La salute degli immigrati in Italia: le nuove evidenze
La salute degli immigrati in Italia: le nuove evidenze

Rincorrendo l’attualità, la rivista italiana di Epidemiologia e Prevenzione in collaborazione con l’ISTAT edita e pubblica il primo studio sistematico sulla salute della popolazione immigrata in Italia.

Il volume monografico è basato sui dati raccolti prima dall’INMP, l’Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni Migranti ed il contrasto delle malattie della Povertà, ente del Sistema Sanitario Nazionale, vigilato del Ministero della Salute, e dal suo braccio di monitoraggio, l’OENIP (Osservatorio epidemiologico nazionale sull’immigrazione, sull’impatto della povertà, sulla salute e la popolazione), che ha contribuito in maniera fondamentale alla raccolta dei dati. Tutto in stretta collaborazione con l’ISTAT.

La raccolta delle evidenze è diventata una necessità pressante, e non soltanto perché il numero di cittadini stranieri in Italia è raddoppiato negli ultimi dieci anni, passando da 2,4 milioni nel 2005 a 5 milioni nel 2015 (l’8,3% della popolazione residente). Devono essere aggiornate le conoscenze degli operatori e del pubblico d’opinione riguardo i nuovi effetti che interessano la popolazione immigrata in Italia. Nel 2017, non esiste più soltanto l’effetto “migrante sano”.

Un decennio di svolta

Nell’ultimo decennio il numero di immigrati regolari residenti in Italia è raddoppiato. La provenienza è piuttosto equamente distribuita fra i vari continenti: 22,7% provengono da Paesi Europei; il 20,5% dall’Africa e il 19% dall’Asia. L’effetto migrante sano, il risaputo meccanismo per cui esiste una selezione naturale in partenza che determina una maggiore propensione alla migrazione delle persone più giovani e sane, è sfumato.

La causa è da ritrovare nei processi di assimilazione dello stile di vita del Paese di destinazione (Italia) e degli svantaggi socio economici. Per fare un esempio, tra il 2008 e il 2013 i livelli di occupazione fra i migranti, a causa della crisi, sono crollati molto più che fra gli italiani (-9% contro -2% della popolazione italiana).

A fianco dell’aumento delle peggiorate condizioni socio economiche, come la quota di immigrati non-occupati che aumenta del 142,4%, si fanno strada i problemi di salute. Sovrappeso e obesità sono in aumento, e maggiormente negli uomini, come pure il deterioramento della salute mentale: tra gli immigrati la prevalenza del peggioramento della salute mentale passa da 19,6% al 26%, sempre tra il 2005 e il 2013. Ne soffre una persona ogni quattro.

Quella dieta “infame”

L’obesità, come accennato, è ormai un’epidemia- tanto che se ne parla nei termini di “globesity”. All’obesità è attribuibile il 7,1% delle cause livello mondiale, cifra che sale a 7,8% nei paesi ad alto reddito, come l’Italia. Lo studio citato nel volume dichiara che circa il 40% della popolazione immigrata in Italia si trova in condizione di sovrappeso/obesità, una prevalenza molto simile a quella della popolazione nativa.  

Esiste un mosaico di spiegazioni per questo fenomeno, e l’Italia ha un storia di immigrazione che ancora è troppo recente per fare una valutazione esaustiva sul proprio territorio. Negli Stati Uniti gli studi indicano la causa di questa fenomeno nella “transizione nutrizionale”, cioè l’assunzione di comportamenti alimentari scorretti da parte degli immigrati per via di un’offerta commerciale più insalubre. Studi spagnoli sostengono invece la tesi che sia possibile rinvenire un fattore di protezione della salute nell’aquisizione della dieta mediterranea.

In ogni caso, gli autori dello studio italiano scrivono che gli immigrati di seconda generazione sembrano più propensi, anche a fronte di un titolo di studio più elevato di quello dei genitori, a comportamenti alimentari più insalubri.

Nonostante ciò, il livello di istruzione rimane un determinante forte delle condizioni di salute: ad un livello di istruzione più basso, e minore disponibilità economica, sono associati, sia per la popolazione immigrata che per la popolazione italiana, ad un minor ricorso a visite con finalità di prevenzione insomma, esiste un legame fra una più bassa formazione scolastica ed una minor coscienza dell’importanza dell’azione preventiva in salute.

Salmoni, stanchezza e salute

E proprio l’andamento della salute è al centro di una disamina da parte degli autori del volume. E’ un problema epidemiologico complesso, e l’analisi è dettagliata e chiarificante. Ad oggi, vale la pena includere, oltre al citatissimo “effetto migrante sano” altri due effetti, ritrovati e confermati nella letteratura mondiale. Perché anche in Italia come negli Stati Uniti, esiste “l’effetto salmone”.

L’immagine di un pesce che risale a furia di salti e balzi la corrente che lo trascina a valle, viene presa a prestito per descrivere e spiegare i ridotti tassi di mortalità della popolazione immigrata in un paese rispetto ai tassi dei nativi.

I paper impongono le evidenze che spiegano come gli immigrati anziani facciano ritorno nel proprio paese d’origine, specie se malati. Come i salmoni che risalgono il corso di un fiume per deporre le uova e poi lasciarsi morire alla fonte. Ecco anche spiegato il contributo del mantenimento del welfare da parte della popolazione immigrata rispetto all’uso che poi ne fa: il saldo riferito a questa fascia di popolazione è in attivo, e calcolato tra 1,8 e 2,2 miliardi di euro. Ed ecco perché fra i suggerimenti di una politica sanitaria efficace il paper non lesina indicazioni sull’adeguamento del welfare a i bisogni (e diritti) di tutta la popolazione presente nel Bel Paese.

Ma se la spinta del “salmon bias” tende a mantenere complessivamente alto il livello della salute della popolazione straniera, limando i picchi mortalità perché anziani e malati sfuggono dal paese d’approdo, d statistiche e dalle iniquità, sui migranti ed in particolare gli irregolari agiscono anche altre pressioni.

Infatti la precarietà e gli svantaggi economici causano il cosiddetto “effetto migrante esausto”, che si instaura quando i processi di integrazione e le misure di tutela del paese di approdo scarseggiano o ritardano. Per fare un esempio è riportato il caso di una recente indagine effettuata a Roma fra immigrati irregolari: questi mostrano una differenza riguardo lo stato fisico rispetto a italiani e stranieri regolari del 4%, come pure una differenza del 12% in riferimento alla salute mentale.

Da che parte voltarsi

In chiusura della monografia, fra una selva di dati raccolta con enorme laborio, spuntano le conclusioni degli autori. E sono di indirizzo politico sanitario, l’unico modo serio e intelligente di affrontare la questione. Perché di fronte a questo logorio di capitale di salute, la risposta non è semplicemente un approccio culturale, una mediazione più consapevole anche questo certo, come è una risposta efficace pure l’applicazione della legge e la tutela della salute.

Ma serve prima di ogni cosa una vera e propria “alfabetizzazione alla salute” che in Italia difetta un po’ ovunque, un po’ per tutti, e un po’ troppo.

FONTE| articoli e slide di presentazione