Può un infarto aumentare il rischio di demenza?

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Una storia clinica di infarto del miocardio è associata a un rischio di sviluppare demenza vascolare (VaD) fino al 35% più alto rispetto alla popolazione normale: questo sarebbe il dato più significativo del più grande studio sul tema ad oggi intrapreso.

Nello studio recentemente pubblicato su Circulation sono stati inclusi 314.911 pazienti del Danish National Patient Registry con un’anamnesi positiva per infarto del miocardio (MI), i cui dati sono stati confrontati con una coorte di 1.573.193 soggetti senza MI, abbinati per sesso ed età.

L’obiettivo? Studiare come un pregresso MI possa modificare il rischio di andare incontro a demenza nel lungo termine, distinguendo tra demenza vascolare e demenza d’Alzheimer, rispettivamente la seconda e prima causa di demenza al mondo.

Cos’è la VaD?

Bisogna considerare che col termine demenza vascolare non si fa riferimento a un’unica patologia, bensì ad un gruppo di condizioni che condividono un declino cognitivo tale da inficiare l’autonomia del paziente alla cui base vi sono diversi meccanismi vascolari che possono essere riassunti in 3 grandi categorie:

  • Singolo infarto strategico, condizione rara ad esordio acuto dovuta all’occlusione di grossi vasi (es. Arteria Cerebrale Anteriore o Posteriore) che porta a vaste lesioni tipicamente bi-frontali, bi-ippocampali o talamiche
  • Infarti multipli, condizione caratterizzata dal sommarsi nel tempo di infarti cerebrali anche silenti, di cui il paziente inizialmente non mostra sintomi ma che nel tempo portano ad alterazioni dei circuiti neurali tali da manifestarsi clinicamente
  • Patologia dei piccoli vasi, condizione che può dar luogo a 2 principali patologie a seconda che venga interessata diffusamente la sostanza bianca (malattia di Biswanger) o che si abbiano lesioni lacunari nella sostanza bianca, nuclei della base e tronco encefalico (VaD lacunare).

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I risultati dello studio

Dal confronto tra pazienti con MI e popolazione sana è emerso che i primi hanno un rischio di sviluppare VaD maggiore rispetto ai soggetti sani (HR= 1.35).

Inoltre, tra i pazienti vittima di MI, il rischio aumenta ulteriormente in chi ha dovuto sottoporsi a interventi quali un bypass coronarico (HR= 3.99) o l’impianto di un pacemaker (HR= 3.38), mentre non sembra aumentato in chi è stato sottoposto a intervento di angioplastica.

Legame tra MI e VaD

Parte dell’aumento del rischio dipende probabilmente dal fatto che l’infarto miocardico può portare a un danno della parete cardiaca tale da alterare la normale contrazione, se non addirittura la morfologia, del miocardio. In questi punti di anormalità il flusso sanguigno risulta turbolento, favorendo la formazione di trombi dai quali si possono staccare emboli che, giunti nel circolo cerebrale, concorrono al danno di piccoli e grossi vasi cerebrali alla base della VaD.

A tal proposito uno studio ha dimostrato che il rischio di ictus cerebrale nei primi 30 giorni dopo un MI aumenta di 44 volte rispetto alla popolazione sana, per poi avere un rapido crollo e stabilizzarsi a 2-3 volte nei 3 anni successivi. Ciò è significativo considerato che un secondo studio ha riportato che a 1 anno da un ictus il 25% dei pazienti va incontro a demenza vascolare.

Il legame tra cuore e circolo cerebrale è inoltre desumibile osservando che, in pazienti che hanno avuto un MI, chi è stato sottoposto a procedure chirurgiche (bypass o pacemaker) è poi andato più facilmente incontro a VaD. Verosimilmente il maggiore rischio è imputabile non tanto all’intervento in sé, quanto piuttosto al fatto che i pazienti per cui queste pratiche si sono rese necessarie avessero una compromissione vascolare maggiore.

Bisogna infine considerare che l’associazione tra MI e VaD si estende anche a monte dell’infarto miocardico. Fumo, diabete, obesità, ipercolesterolemia e ipertensione sono infatti fattori di rischio ben documentati per le patologie cardiovascolari, ma altrettanto evidente è il loro legame con la VaD.

Diversi studi hanno quindi analizzato il ruolo che questi fattori, da soli o in combinazione, rivestono nella patogenesi della VaD, riportando rischi di progressione fino a 5 volte maggiori rispetto alla popolazione generale.

Quest’ultimo punto è sicuramente degno di grande attenzione in quanto, se è vero che questi fattori aumentano il rischio di sviluppare demenza vascolare, è altrettanto vero che si tratta di fattori modificabili.

Futuri studi si renderanno però necessari per chiarire quale sia il reale guadagno in termini di diminuzione dei casi di VaD attraverso la riduzione o, quando possibile, l’eliminazione dei sopracitati fattori.

FONTI | Studio CirculationReview patologie cardiache e demenza