Schizofrenia: e se ci si ammalasse durante la gravidanza?

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Fonte: http://www.buffalo.edu/news/releases/2017/11/026.html

I sintomi della schizofrenia si manifestano solitamente in adolescenza o nella prima età adulta. Così si legge nella maggior parte dei manuali di psicologia e psichiatria e così, effettivamente, si vede accadere nella vita reale.

Ma quando ci si ammala? È pensabile ritenere che la malattia inizi addirittura durante la gravidanza? È quello che emerge dai risultati di una ricerca pubblicata su Translational Psychiatry e firmata da scienziati della Jacobs School of Medicine and Biomedical Sciences presso l’Università di Buffalo.

La ricerca ha utilizzato dei mini cervelli coltivati in laboratorio e pare condurre alla conclusione che la malattia inizi durante la fase finale del primo trimestre dello sviluppo fetale.

La scoperta è importantissima e permette la ridefinizione della malattia che, come l’autore principale dello studio (Michal K. Stachowiak) scrive, sono 4000 anni che viene erroneamente definita.

L’ulteriore valore dello studio riguarda i possibili scenari terapeutici, non sembra infatti impossibile, alla luce di uno studio come questo, sperare di poter diagnosticare e trattare la malattia in utero.

La ricerca

Il lavoro getta le sue fondamenta su studi precedenti di Stachowiak e del suo team.

Con tali studi, pubblicati nei primi mesi del 2017, era stata dimostrata l’esistenza di un unico percorso genomico difettoso, chiamato “Signaling Nuclear FGFR 1 Signaling (INFS)” in cui le numerose mutazioni genetiche individuate come responsabili della schizofrenia convergono.

Come detto sopra, i modelli utilizzati sono dei mini-brains, ossia strutture cerebrali coltivate in vitro e di dimensioni ridotte, grazie alle quali osservare le principali fasi dello sviluppo cerebrale fetale.

Sono state usate cellule cutanee prelevate da tre pazienti con schizofrenia e da un gruppo di controllo di quattro individui e con queste le cellule dei mini-brains sono state riprogrammate in cellule staminali pluripotenti indotte (iPSCs).

Per numerose settimane le cellule sono state alimentate fino ad ottenere i cosiddetti embryoid bodies in cui è riconoscibile il primo stadio di differenziazione dei tessuti, si è continuato poi fino allo sviluppo del neuroectoderma, il tessuto embrionale cioè da cui si svilupperanno le strutture cerebrali.

Le cellule di quest’ultimo tessuto, prelevate e riposizionate su un nuovo substrato sono state fatte crescere in condizioni di continuo movimento.

Sono stati ottenuti a questo punto gli organoidi cerebrali, strutture del tutto simili a dei cervelli in miniatura dotati di ventricoli, corteccia e una porzione analoga al tronco cerebrale.

Si è potuto così simulare il primo trimestre di sviluppo del cervello in utero.

Le dichiarazioni a riguardo di Stachowiaw sono state: “Noi imitiamo il processo in laboratorio con cellule staminali, focalizzazzandoci nello specifico sullo sviluppo degli organoidi cerebrali che assomigliano al cervello umano in via di sviluppo nelle sue prime fasi di crescita”.

Negli articoli riportati sul sito della stessa Università di Buffalo si legge inoltre che l’approccio utilizzato dallo studio presenta alcune differenze rispetto al protocollo recentemente messo a punto circa lo sviluppo di strutture cerebrali precoci in vitro.

Le osservazioni

Negli organoidi schizofrenici sono emerse numerose osservazioni rilevanti:

  • Una anomala diffusione di cellule progenitrici neurali proliferanti dalla zona ventricolare in tutte le zone intermedie e corticali.
  • Il fattore di trascrizione TBR1, insieme alla relina, (importanti responsabili della gestione della migrazione e del posizionamento delle cellule nervose staminali durante l’embriogenesi e nei primi tempi dopo la nascita), appaiono limitati dalla corteccia schizofrenica.
  • Neuroni maturi nelle regioni subcorticali appaiono pienamente e abbondantemente sviluppati, sono invece carenti e quasi esauriti nella corteccia.
  • Il recettore nucleare tirosin chinasico nFGFR1 appare fortemente espresso nelle zone sottocorticali ma non in quelle corticali dove invece l’espressione è drammaticamente ridotta, di conseguenza la perdita della segnalazione di nFGFR1 influenza la programmazione genomica dello sviluppo corticale e favorisce la decostruzione delle reti di mRNA.

Dunque, volendo riassumere, ciò che appare più evidente è la presenza di numerose malformazioni e anomalie nella corteccia dei mini-brains ottenuti dalle cellule iPSCs dei pazienti schizofrenici.

Questi risultati rafforzano ancor di più l’ipotesi di un collegamento tra schizofrenia e disfunzione cerebrale, ma a suscitare maggior stupore sarebbe questa evidenza che il tutto si verificherebbe nella finestra temporale che impegna il primo trimestre di sviluppo fetale.

Alla luce delle recenti scoperte e conferme circa il collegamento tra schizofrenia e disfunzionamento proprio della corteccia, è chiaro come il significato di queste osservazioni assuma un peso più rilevante.

Il tutto si verifica nella finestra temporale che impegna il primo trimestre di sviluppo fetale, è questa accanto alle osservazioni principali l’elemento che suscita maggior stupore.

Prospettive

Tutte le varie osservazioni dello studio sono state ricondotte al Signaling Nuclear FGFR 1 Signaling (INFS) osservato e definito come già detto, negli studi pubblicati a inizio anno.

Si è concluso così che il fattore scatenante delle anomalie osservate nelle cellule cerebrali in via di sviluppo di individui che svilupperanno successivamente la malattia, sia proprio il meccanismo INFS 

Per questa ragione l’auspicio è di capire le modalità con cui poter regolare e indirizzare questo meccanismo e altri che con esso interagiscono, usando per esempio, integratori alimentari o farmaci capaci di impedirne la disregolazione.

In conclusione

La schizofrenia è uno di quei temi su cui ogni giorno vengono fuori nuove evidenze.

Con questo studio non è stata trovata la chiave che risolve gli ancora numerosi dubbi su questa malattia distruttiva, ma probabilmente solo un altro piccolo pezzo di un puzzle che sembra non finire mai.

FONTI| Articolo su Traslational Psychiatry; Articolo su UB News Center