La dismorfofobia: il tormento di sentirsi un mostro

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La dismorfofobia: il tormento di sentirsi un mostro
La dismorfofobia: il tormento di sentirsi un mostro

Un disturbo dalla diffusione sottovalutata

Ogni volta capiti di imbattermi in notizie come quelle di Sahar, non faccio che ripercorrere le immagini noir della celebre pellicola di Zemeckis “La morte ti fa bella”. Un film dai toni illuminati ed attuali, che denuncia con sagace ironia la diffusa pretesa di giovinezza eterna e, più in generale, l’era contemporanea della “bellezza a tutti costi”.

Bellezza obbligata, ossessiva, che si traduce nel vano e “comodo” tentativo di soddisfarla ricorrendo alla chirurgia. Risultato? L’instaurarsi di un circolo vizioso di vanità ed interventi estetici (accompagnato ad un aumento vertiginoso degli stessi), oltreché un preoccupante abbassamento dell’età media del “primo ritocco”. Un fenomeno alquanto trascurato, che è identificato nel DSM (il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) all’interno dei disturbi ossessivo compulsivi, delineandosi in comportamenti riconosciuti e ripetuti, quali:

  • Eccessiva preoccupazione per un supposto difetto fisico
  • Percezione amplificata ed ingiustificata dello stesso
  • preoccupazione tale da compromettere la vita sociale e lavorativa di chi ne è affetto
  • riscontro di comportamenti ripetuti e stereotipati in reazione alla preoccupazione per il proprio aspetto
  • sintomatologia non attribuibile ad altri disturbi mentali

A tale definizione è da aggiungersi la presenza relativamente giovane in letteratura di studi sistematici e continuativi, che occupano il posto di un passato dagli interessi saltuari ed insufficienti. Interesse il cui sviluppo è forse dovuto allo scalpore mediatico di alcuni casi limite, oltreché al preoccupante aumento di un ricorso alla chirurgia estetica eccessivo, opinabile, pleonastico.

Una possibile correlabilità ai disturbi di personalità

In quest’ultimo decennio di studi l’attenzione si è focalizzata sulla possibile correlabilità dello scatenarsi del dismorfismo corporeo ad altri disturbi mentali. La patologia si manifesta negli ambienti della chirurgia estetica  con una frequenza variabile e tutt’altro che trascurabile (dal 3,5 fino al 20%). È stata dunque indagata la relazione tra il dismorfismo e la contemporanea presenza di un disturbo della personalità, specificatamente il disturbo evitante e il disturbo dipendente della personalità. Nel primo caso il soggetto è portato alla convinzione di “essere meno” rispetto agli altri; nel secondo, si evidenziano comportamenti totalmente proiettati all’incapacità di sostenere l’eventuale cessazione di un rapporto personale. Entrambi sono accumunati da una conseguenziale e sostanziale difficoltà relazionale ed ansia sociale.

Uno studio dell’Università di Torino, previa esclusione dei soggetti affetti da altra patologia psichiatrica, ha raccolto preziosi dati mediante l’utilizzo di strumenti diagnostici e statistici standardizzati, al fine di confermare l’instaurarsi di una reazione psicopatologica in risposta ad imperfezioni fisiche. Risposta tale da indurre (per l’appunto) il soggetto a ricercare la soluzione nel ricorso alla chirurgia. Ergo, in una coorte di 57 pazienti, in prevalenza femminile, al 15,7% è stato diagnosticato il disturbo da dismorfismo corporeo, allineandosi nei risultati alle caratteristiche riportate in precedenti studi presi in esame dal Dott. Bellini et al.

L’urgenza di un senso della misura

Dal naso martoriato del re del pop Michael Jackson ai casi limite come “l’uomo gatto” (morto suicida qualche anno fa) sono numerosissime le storie di testimonianza della dismorfofobia. Non esiste discriminante di bellezza, sesso o ceto sociale: è un problema che può affliggere chiunque e che affonda le sue radici in una netta discrepanza tra la percezione del proprio aspetto estetico e la volontà di un aspetto ideale.

La conseguenza immediata è quindi un primo ricorso alla chirurgia, seguito da una ricerca di miglioramento continua e mai soddisfatta, che si conclude in risultati grotteschi e deludenti. L’unica soluzione è da ricercarsi in una scrupolosa e preventiva valutazione nei reparti di chirurgia estetica ed un eventuale programma psicoterapeutico a supporto degli individui affetti.

Nell’epoca dell’immediatezza comunicativa e del buonismo a tutti i costi, si assiste all’imbarazzante incapacità di utilizzare buonsenso, affidando condizioni disagiate all’innovazione tecnologica e ai progressi della chirurgia, senza soffermarsi sulla reale e disperata natura di certe pretese. D’altra parte: “in medio stat virtus”.

FONTE | Articolo1