Pillola digitale: il grande fratello della medicina è vicino

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grande fratello

Il New York Times l’ha sagacemente apostrofata il “Grande Fratello della medicina”. È la pillola digitale, in grado di tracciare la corretta aderenza alla terapia. Approvata dalla FDA per un antipsicotico, rappresenta il primo esempio di farmaco digitale in commercio. Tra qualche anno si potrà dire sconfitta la non aderenza alla terapia?  

L’effetto domino della mancata compliance

Tanto per cominciare, non chiamiamola compliance. Termine troppo generico, sebbene sia il più largamente usato, per descrivere il grado con cui il paziente rispetta le indicazioni del medico. Da qualche tempo in effetti sembrerebbe più appropriato parlare di “adherence”, che meglio definirebbe il rapporto medico paziente. Più semplicemente la volontà consapevole da parte dell’assistito di seguire una terapia condivisa. Nulla a che vedere con un pedissequo adeguamento alle prescrizioni (l’accezione attribuita alla compliance).

D’altra parte acquisire coscienza del proprio stato di salute e del razionale terapeutico, dovrebbe garantire una scrupolosa aderenza alle prescrizioni. In realtà non tutto va come ci si attenderebbe: in quasi la metà dei casi si assiste ad una sorta di prima aderenza da camice bianco. Per intenderci quel senso di dovere, frammischiato a fiducia e quel pizzico di timore, che pervade ognuno di noi subito dopo una visita e ci induce a seguire alla perfezione quanto accordato con il medico curante, certi di poter beneficiare dell’obiettivo prefissato.

Prontamente, nel giro di mediamente un mese quell’attenzione zelante perde rovinosamente il suo vigore, fino a generare un pericoloso distacco dallo schema posologico da seguire. Da qui un ingravescente effetto domino che prende forma da un confuso sbigottimento per l’inesattezza della prognosi, passando per tentativi di schemi terapeutici alternativi e il sopraggiungere eventuale di problematiche aggiuntive e collaterali (conseguenza dell’insufficiente risposta alla malattia), arrivando ad un non migliorato stato di salute ed una spesa ingente per le tasche della sanità. Per non parlare di un immaginabile ed insanabile senso di frustrazione da parte di medico e paziente.

Una catena di eventi delineata da numeri spropositati ed agghiaccianti: sebbene infatti non si disponga di cifre recentissime, il conclamato problema della mancata aderenza grava sulle spalle della sanità per miliardi (euro o dollari che si intenda), distribuiti tra:

  • Una lentissima emersione della patologia, con annessa inesistenza di una valida prevenzione
  • Un aumento delle prestazioni diagnostiche (naturalmente per mancata risoluzione della patologia), che si accompagna ad un variopinto corollario di infiniti tempi di attesa
  • Maggiore incidenza di eventi avversi e complicanze, quindi maggiore spesa pubblica

Numeri che si concretizzano in un 40% di pazienti europei non adeguatamente allineati alle terapie prescritte.

Il meccanismo della pillola digitale

Il “Grande Occhio” Orwelliano è dunque il primo esempio approvato della categoria. Non a caso riguarda un farmaco antipsicotico, ampiamente usato nel disturbo bipolare e frutto di una collaborazione tra l’azienda giapponese Otsuka – produttrice del farmaco- e la Proteus Digital Health, a capo della progettazione dell’innovativo sensore.

Nello specifico, alla classica formulazione del farmaco si aggiunge una composizione di rame, silicio e magnesio che si attiva in presenza di succhi gastrici. Un segnale elettrico invia l’informazione ad un cerotto posizionato sulla gabbia toracica del paziente. Tale sensore trasduce l’informazione via Bluetooth ad un’applicazione installata sullo smartphone del paziente.

A questo punto l’applicazione funge da raccoglitore di informazioni che sono fruibili al paziente stesso, al medico e, se autorizzati, ai parenti.

Problematiche e riflessioni

La notizia in quanto ad innovazione e genio si commenta da sola. Ma una più attenta analisi focalizza rapidamente l’attenzione su domande quantomeno legittime: in primis la proposta di utilizzare la nuove tecnologia su un farmaco destinato a cure psichiatriche. Senza dubbio ci sono aspetti da spiegare, quale la pretesa di un’efficiente e puntuale sostituzione periodica del cerotto-sensore da parte un paziente psichiatrico.

Ma alle domande fisiologiche e altrettanto superabili, si aggiungono automatiche riflessioni a carattere etico, specialmente sul tema privacy: si tratta infatti dell’assunzione di farmaci prescritti per specifiche malattie. Ma i produttori assicurano la criptazione dell’informazione una volta giunta al cerotto e aggiungono la necessità di tracciare l’ingestione di medicinali destinati a malattie croniche, specialmente della sfera psichica.

Domande che si crede cercheranno ancora a lungo un’esauriente risposta. Nel frattempo è indubbio il sorpasso ai danni della non aderenza terapeutica. Perché, come disse qualche tempo fa il Presidente AIFA Sergio Pecorelli: “l’aderenza terapeutica è un valore culturale”.

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