Vaccine hesitancy: la base “culturale” dei no-vax

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Vaccine hesitancy: la base
Vaccine hesitancy: la base "culturale" dei no-vax

L’antivaccinismo è una nuova chiesa. E mentre infuriano (falsi) dibattiti virtuali, proliferano gli studi sulle radici della scelta no-vax, sulle motivazioni e origini profonde dell’idea. Alcuni affermano che alla base del movimento no-vax si possa distinguere un set di valori e credenze ben preciso.

Quell’insospettabile purezza

La vaccine hesitancy è una questione tutt’altro che solo d’oltreoceano. In Italia, a seguito dello stravolgimento del vecchio programma di vaccini obbligatori per l’infanzia, spuntano già comunità con scuole (naturalmente private) per figli di genitori no-vax.

Ad oggi, la risposta delle istituzioni sanitarie si è sempre manifestata con offensive di fact-checking e bordate di dati. Ma è servito a poco e c’è un motivo.

Pubblicato su Nature Human Behaviour e citato perfino sul Washington Post, un lavoro dei ricercatori di Atlanta dimostra come alla base della disaffezione ai vaccini vi sia un cluster di valori che pone al centro libertà individuale e purezza.

Guarda caso, a capeggiare nelle pagine web riferibili ai vari movimenti e sigle del nugolo no vax, si trovano spesso richiami alla lesa libertà individuale. E tra le frange più attive nella realtà virtuale in Italia c’è proprio il  “coordinamento del movimento italiano per la libertà delle vaccinazioni” (tutto rigorosamente maiuscolo nell’originale). Stessa politica è adottata da Texans for Vaccine Choice, uno dei gruppi più attivi e organizzati negli USA: il focus è puntato sulla libertà del genitore di decidere.

Curiosamente, l’attitudine verso i vaccini trascende invece le ideologie politiche, e non risulta modificata dal genere del genitore.

Un ritorno alla purezza dunque, contro quei contaminanti innaturali che contengono veleni e tossine che sono i preparati vaccinali. Non si può non pensare ai ricorsi di alcune regioni italiane contro il decreto legge che istituiva il nuovo piano vaccinale nazionale, ricorso poi rispedito al mittente dalla Consulta a fine Novembre, facendo definitivamente calare il sipario sull’offensiva al Decreto Vaccini.

Una storia sbiadita

Andrebbe forse ricordato, e lo fa una volta per tutte Eula Biss nel suo libro “Vaccini, virus e altre immunità”, che l’antivaccinismo ha radici antiche, e venate di un colorito razzismo.

Come scrive nella sua storia del movimento anti vaccinale Nadja Durbach, gli oppositori del vaccino (quando questo era davvero capace di condurre a infezione da tetano o altre malattie come nella Gran Bretagna o nell’America del 1800) furono pronti a far ricorso all’immagine della liberazione della schiavitù proclamando la propria libertà quando si trovarono costretti alle vaccinazioni dalla polizia stessa.

Furono però anche capacissimi di ricordare ad ogni piè sospinto che il corpo dei giovani cittadini inglesi della classe lavoratrice aveva sempre e comunque precedenza su quello degli oppressi di qualsiasi altro posto – era il 1853, e quei lavoratori vedevano il proprio corpo come vulnerabile.

Una nuova chiesa?

Questo spiccato senso di comunità è classico anche di un altro soggetto sociale: la comunità religiosa. Ed è nella religione che un paper prodotto dall’Università di Amsterdam riconosce un fattore predittivo per l’attitudine verso il vaccino. In altre parole, la religiosità contribuisce a predisporre verso una presa di posizione no-vax.

È tutto scritto nel bollettino di Psicologia sociale e personalità, edizioni Sage, in uno studio che compara ben tre lavori fra loro indipendenti, analizzando pure l’attitudine verso il cambiamento climatico e l’editing genetico. La conclusione è che no, non tutti gli scetticismi sono uguali.

Perché tutto questo è importante? Perché dopo anni di Deficit Model, è il momento forse di adattare la comunicazione al destinatario.

Tutto sta nel destinatario

L’Information Deficit Model prevede che un individuo aderisca a un concetto errato quando manchevole delle corrette informazioni. Ergo, basta trasmettere informazioni e colmare quella lacuna di conoscenza perché chiunque possa decidere per il meglio. Ma questi e infiniti altri studi che ci vengono sottoposti dalle scienze sociali fanno propendere verso altri metodi: è ormai di dominio comune l’idea che nessuno “scelga” semplicemente in base alle informazioni che possiede.

Per non rimanere nel reame del teorico e prestar voce e intelligenza ai fatti, Katharine Hayhoe si è messa totalmente in gioco. Dopo un PhD in scienze atmosferiche ed un percorso personale eclettico, Hayhoe insegna oggi scienze politiche all’Università del Texas ed è una delle principali voci presenti nei dibattiti sul cambiamento climatico, fra le più acute e capaci divulgatrici.

Intervistata su Le Scienze nel numero di Dicembre per un breve speciale sulla comunicazione della scienza, Katharine Hayhoe ricorda un curioso aneddoto: John Cook, scienziato cognitivo fondatore del blog Skeptical Science, nonostante la fervente attività nello smontare le argomentazioni fake contro il cambiamento climatico, non era riuscito in realtà a convincere nemmeno suo padre che, invece, ha montato i pannelli solari appena il governo ha varato un programma di incentivi che gli andava a genio fiscalmente.

Eh già, tutto sta nel conoscere il proprio interlocutore. Creare campagne pensate anche appositamente per genitori no-vax, studiando la popolazione stessa e non solo vaccini ed effetti avversi, facendo leva su queste radici di pensiero comune può essere un’alternativa interessante rispetto al semplice “spiegone” da social, che sembra avere ancora troppa poca presa.

Insomma, come il cambiamento climatico, la vaccinazione è una questione seria. Trovare un modo per raggiungere chiunque è importante: ad ognuno la sua argomentazione, che si parli di purezza o libertà o pizza.

FONTI | articolo 1; articolo 2; articolo 3