Continueremo a mangiare hamburger a rischio della vita

5237

Ciambella contro Mela: uno fisso.

La povera mela non ha possibilità di vincere, anche se chi sceglie è informato della salubrità della scelta.

Questo è il risultato di uno studio, a dire il vero piuttosto complicato e macchinoso, effettuato in Olanda. Il risultato, tuttavia, è categorico: informare che un alimento è dannoso, dando la possibilità di sceglierne uno salutare, non è sufficiente.

A due coorti di volontari sani è stato chiesto di scegliere tra un cibo salutare (rappresentato dalla mela) e un cibo non salutare (identificato con la ciambella). I partecipanti hanno dovuto scegliere in primis in base alle loro esperienze e al loro carattere, poi hanno dovuto affrontare lo stesso dubbio dopo dei training e dei condizionamenti. Le coorti hanno effettuato training e condizionamenti diversi al fine di valutare l’effetto dei vari condizionamenti.

Dopo i training i soggetti sono stati sottoposti a degli stimoli verso i vari alimenti, al fine di capire se i training fossero riusciti a modificare le scelte inconsce del soggetto.

Tra il dire e il fare…

Il training “informativo” ha degli effetti, sebbene poco significativi.

In altre parole, si riesce a modificare l’intenzionalità e l’approccio ma non la condotta. Più chiaramente: se un paziente prima dell’informazione è più favorevole a teorizzare la scelta della ciambella, dopo l’informazione potrebbe addirittura sconsigliare l’alimento più grasso a favore di quello più sano, giurando in prima persona di scegliere la mela. Tuttavia, sono promesse labili: di fronte ad uno stimolo verso l’alimento non salutare, il soggetto cede alla tentazione.

Quando il gioco si fa duro

Gli autori dello studio hanno quindi ipotizzato un tipo di training non basato sulle informazioni ma sulla leva emozionale.

Bisogna ammettere che hanno avuto il merito di non copiare il paradigma antifumo (lo pseudo terrorismo con foto sui pacchetti) ma di ragionare sul meta-pensiero della ricompensa calorica.

Esempio esplicativo: quando osservo la M di Mc Donald avrò voglia di un cheeseburger perché li associo strettamente (e inconsapevolmente) con un’esperienza gratificante.

 

Lo studio ha certamente dei limiti. In primis non considera che le scelte dell’uomo hanno raramente meccanismi puramente pavloviani e, quando questo accade, si può ipotizzare che questa recessione sia il sintomo e non la ragione di una patologia come la malnutrizione (da non confondere con la denutrizione).

Tuttavia, gli autori hanno certamente il merito di prendere una posizione forte riguardo alle politiche attuali per l’healtly food: sono spese per lo più inefficaci.

Ai probabilmente futuri pazienti non importa sapere quanto sale c’è negli hamburger oppure quante calorie ci sono nelle ciambelle. Ormai è nel sapere comune che questi cibi sono dannosi e la stessa grande distribuzione non fa più nulla per negarlo, anzi, lo espone nelle confezioni.

Tuttavia la battaglia è sullo stimolo mentale: finchè quel cibo è la tua ricompensa a fine di una dura giornata non smetterai di mangiarlo, anche sapendo che ti ucciderà.

Fonti|Articolo su MedicalNewsToday;Articolo originale (Science Direct)

Francesco Lombardi
Sono specializzando in Malattie dell'Apparato Respiratorio al policlinico Gemelli, mi interesso anche di psico-neuro-endocrinologia. Appassionato di musica e di tennis, mi piace viaggiare e conoscere nuove persone e culture diverse.