Non è solo la genetica a determinarci. Parla chiaro lo studio americano pubblicato il 10 Gennaio sul British Medical Journal, dove è stato esaminato il vincolo che lega obesità e predisposizione genetica. A quanto risulta, i benefici di una corretta alimentazione sono maggiormente evidenti in persone predisposte geneticamente all’obesità.

Insomma, le abitudini alimentari contano, soprattutto se la genetica non rema a nostro favore.

Di che parliamo

L’obesità è un disordine multifattoriale, risultato di un intreccio di cause: perchè questa si manifesti, ad una predisposizione genetica devono aggiungersi delle influenze ambientali.

È ormai acquisito che esiste un legame fra la dieta e la suscettibilità genetica: basti pensare al caffè e alle bevande dolcificate, capaci di modificare la suscettibilità genetica ad un aumento dell’Indice di Massa Corporea (BMI).

Sulla scorta di simili evidenze sono stati redatti degli score, sistemi di valutazione che permettono di calcolare la sanità di un certo pattern dietetico. Un esempio è AHEI-2010, Alternate Health Eating Index 2010, i cui alti punteggi sono associati costantemente a basso rischio di patologie croniche di vario tipo.

Inoltre, AMED Alternate Mediterranean Diet, che si concentra su una dieta mediterranea appositamente modificata, e diete DASH-profilate, ossia piani dietetici calibrati per ridurre il rischio di ipertensione, sono utili per verificare il rischio associato agli scorretti comportamenti alimentari.

Vent’anni dopo

Come mettere assieme tutto questo bagaglio di conoscenze? I ricercatori americani hanno esaminato prospetticamente, in un lasso di tempo di 20 anni, le modifiche nella dieta ed il rischio genetico dato da 77 varianti genetiche nel causare aumento di peso e variazioni del BMI.

Dal 1986 al 2006, 8820 donne e 5218 uomini sono stati osservati nella loro aderenza a piani dietetici salutari.

Le persone più aderenti alle linee DASH e AHEI-2010 hanno visto la maggior perdita di peso ed il minor aumento di BMI. Ad un rischio genetico più elevato si associano maggiori benefici, se c’è aderenza alle linee guida.

Nonostante i limiti di uno studio così corposo (come per esempio il fatto di riferirsi a coorti di sole persone migrate negli Stati Uniti da regioni Europee) lo stretto controllo su base quadriennale e l’analisi di un campione così grande per un tempo ampio, seppur non randomizzato, ha certamente un valore fondamentale nell’attestare la plausibilità che, biologicamente parlando, intraprendere una dieta più corretta è di grande beneficio alla persona anche se la genetica la predispone all’obesità.

Limiti senza fondamenta

Questo studio è incoraggiante, come lo definisce Nathalie Farpour-Lambert, vertice dell’Associazione Europea per lo studio dell’Obesità. Significa infatti porre una base solida contro tutti quegli impigrimenti nelle strategie di salute pubblica, nelle politiche di consumo o perfino nelle scelte individuali motivati da una sconfitta a priori nel proporre o scegliere una dieta sana, quando c’è una predisposizione genetica alle spalle.

Il lavoro, nelle parole dell’autore Lu Qi, dimostra proprio che gli effetti protettivi sono più evidenti nella popolazione a maggior rischio genetico, e che l’assunzione di vegetali, frutta, acidi grassi a lunga catena polinsaturi diminuisce il rischio di obesità e promuove perdita di peso in tutte le popolazioni.

Insomma, non esistono scuse: proteggere la propria salute tramite una dieta sana e corretta, oggi, è semplicemente una scelta.

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