I social network sono a prova d’infanzia?

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I social sono parte integrante della vita di tutti, anche dei bambini. Nonostante il limite d’età minimo per iscriversi ai social network sia 13 anni, non è infrequente trovare bambini di 12, perfino 10 anni, con un account. È una cosa buona? Un lavoro del Children’s Commissioner for England, ente inglese indipendente che si è posto come mission la protezione dei diritti dei bambini, ha sondato il caso.

Internet, bambini esclusi?

Internet è uno strumento straordinario, ma non è stato concepito pensando ai bambini. La stessa Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia, approvata dall’assemblea generale delle Nazioni Unite il 20 Novembre 1989 e sottoscritta da ben 196 Stati (è fra i trattato in materia di diritti umani più ratificati), non prevede norme di protezione della vita “online”. Il motivo, intuibile, è presto detto: Internet stesso era ancora ai suoi albori.

Giusto per fare una conta rapida, l’azienda Facebook Inc. è stata fondata nel 2004, l’applicazione Instagram è stata lanciata nel 2010 mentre Snapchat è stata fondata nel Settembre 2011. I social sono storia recentissima.

Qualche numero? Sono un terzo degli utenti totali di Internet, i minorenni. Il Pew Research Center, che conduce indagini regolarmente sull’uso dei social e della tecnologia in generale negli Stati Uniti, notifica come il 94% dei teenager sia online per mezzo di smartphone e dispositivi mobili. Il 71% di loro usa più di un social media, ed i più usati risultano essere Facebook, Instagram e Snapchat.

Oggi il 75% dei teenagers possiede un proprio cellulare con cui condivide foto e contenuti personali: come sottolinea un articolo pubblicato su Official Journal of American Academy of Pediatrics, parte dello sviluppo emozionale delle nuove e più giovani generazioni avviene proprio online.

Life in Likes

Lo studio Life in Likes del Children Commissioners ha esplorato il rapporto fra i bambini ed i social network conducendo interviste e focus group fra 16 bambine e 16 bambini tra gli 8 e i 12 anni di diversa etnia, religione, residenza e stato socio economico. Il report ha indagato l’accesso e l’uso ai social, le risposte emotive, i cambiamenti nel pattern d’uso nel passaggio fra scuola primaria e scuola secondaria.

I social più usati variano per fascia d’età, ma rimangono essenzialmente Whatsapp, Facebook, Instagram e Twitter. Se da una parte l’uso risulta edificante quanto a creatività e scopi ludici, alcuni partecipanti ai focus group esposti in passato a contenuti offensivi e razzisti si descrivono come impreparati ed incapaci di rispondere adeguatamente a stimoli del genere. Lo sviluppo dell’identità passa oggi anche per percorsi ed esperienze impalpabili, ma emotivamente determinanti.

I famigliari hanno un peso importante: da un lato, bambine e bambini affermano di sentirsi al sicuro osservando gli adulti e imparando da loro a discriminare i contenuti; lamentano però anche imbarazzo e vergogna nel finire sui social con loro foto o video postati dai genitori. L’aspetto è fondamentale: l’educazione non è univoca, gli stessi genitori necessitano di empowerment in tal senso. Ancora, sono esaltate le possibilità di contatto dei social network, ma risultano pur sempre amplificati i meccanismi di comparazione ai coetanei ed al loro giudizio.

La (dura) vita in rete

Sono molti i rischi che corrono bambini e adolescenti online, dai quali andrebbero preservati. Il cyber bullismo, per esempio, è pratica considerata comune e può portare a depressione, grave isolamento, addirittura al suicidio.

Il sexting, ovvero l’atto del mandare, ricevere o inoltrare messaggi o contenuti sessualmente espliciti via Internet interessa almeno il 20% della popolazione degli adolescenti, e qualcuno è finito sotto giudizio con accuse di pedo pornografia.

Esiste poi un fenomeno recente, denominato “Facebook depression”, peculiare di adolescenti e bambini che spendono motlo tempo sui social network come Facebook sviluppando poi i classici sintomi della depressione. La ricerca di aiuto può portare all’abuso di sostanze, pratiche sessuali insicure, fino ad arrivare a comportamenti auto-distruttivi.

Il report, nelle raccomandazioni di chiusura, si concentra su due aspetti principali: primo, l’accesso agli account dei genitori da parte dei bambini, cui si associa con ricorrenza l’esposizione a contenuti inappropriati per l’età e come linguaggio; e secondo, l’esposizione dei figli stessi sui social, motivo di profondo stress per il bambino.

Cosa si può fare

Le compagnie private che occupano questi spazi pubblici (seppur virtuali) hanno certamente una responsabilità riguardo il servizio che offrono, in particolare riguardo l’attenzione al bambino. Per questo, come sottolineato nell’Editoriale di Lancet a presentazione dello studio, sarebbe importante premere per ottenere restrizioni d’età reali e inoppugnabili per la registrazione ai social, come pure delle condizioni d’accesso e utilizzo più chiare e fruibili ed un’attenzione ferrea alla cura della privacy.

Perché, alla fin fine, i social uniscono generazioni differenti e lontane: prendersi cura dei contenuti che condividiamo significa prendersi cura del futuro.

FONTI | articolo1; articolo2; articolo3; TheLancet; articolo4; immagine copertina