Alcool, adolescenti e genitori: qual è il legame?

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L’adolescenza è alcolica: quant’è scontato ormai? Ma proprio durante un periodo tanto delicato ed esplosivo che tendono a emergere i comportamenti e gli schemi che potranno un domani danneggiare la salute, come l’uso regolare di alcool, il “binge drinking”, il fumo e le sostanze stupefacenti.

Comportamenti magnetici quanto dannosi: nel Global Burden of Deseases Study, enorme studio che valuta l’impatto delle principali malattie a livello globale, l’alcool compare come il fattore di rischio principale per la morte e l’evenienza di disabilità nel corso degli anni proprio fra le persone tra i 15-24 anni, gli adolescenti.

Non solo: negli USA,ad esempio, nel 2015 un’indagine del National Survey on Drug Use and Health notificò come il 20% delle persone fra i 12 e i 20 anni aveva ricorso al “binge drinking”, ovvero all’assunzione di grossi quantitativi di alcool nel corso di un tempo molto breve, nei 30 giorni precedenti al momento dell’indagine.

Sulla scorta di queste acquisizioni, Richard Mattick e colleghi hanno realizzato un lavoro d’indagine sul consumo di alcool fra gli adolescenti.

Ma, stavolta, niente colpevolizzazioni di quell’età bollente che è l’adolescenza: piuttosto, gli autori si sono concentrati sui comportamenti dei genitori, quanto danno o beneficio può potenzialmente fare fornire alcool ai figli?

Tutto per un’idea

C’è un’idea diffusa e popolare per cui una qualche abitudine all’assunzione di alcool fin da bambini possa ridurne in qualche modo gli effetti dannosi. Quest’idea muove quei genitori che appunto forniscono anche morigerate e discrete quantità di alcool a figli e bambini. Lo studio pubblicato da The Lancet Public Health analizza proprio i pro e i contro di questo comportamento.

In molti paesi, il governo ha posto restrizioni d’età al consumo di alcolici, ha rinforzato i dispositivi di legge che ne limitano l’uso, ha aumentato le tasse sull’alcool oppure ha diminuito l’esposizione degli adolescenti/bambini alle campagne di marketing. Tutto molto bello quanto poco utile se poi sono i genitori, mossi dalla credenza di diminuire gli effetti dannosi o ridurre perlomeno i rischi dell’assunzione di grossi quantitativi di alcool, a offrirne loro stessi ai propri figli.

I numeri dello studio

Con uno studio longitudinale prospettico, ovvero una paziente raccolta dati basata su osservazioni dei soggetti nel corso di lunghi periodi (6 anni in questo caso), il team di ricerca ha reclutato 1927 giovani australiani per un’età media di 12,9 anni da più istituti differenti (cattolici, governativi, privati indipendenti) in modo tale da studiare un campione rappresentativo della popolazione giovane australiana, e i rispettivi genitori.

Indipendentemente gli uni dagli altri, genitori e figli hanno risposto a quiz telematici, rivelatisi –è necessario appuntarlo- attendibili. Il set di quesiti è stato progettato in modo tale da indagare il ricorso di binge drinking (definito come il bere più di 4 unità alcoliche, ovvero 40 g di etanolo, in un’unica occasione); l’esperienza di danni correlati all’uso di alcool; sintomi di dipendenza da alcool e da disordini causati dal suo utilizzo. Inoltre, e non da ultimo per importanza, è stata indagata l’offerta di alcool da parte dei genitori.

La (non) banalità delle evidenze

I risultati sono stati importanti, tanto da guadagnarsi un editoriale di presentazione. La sola offerta di alcool da parte dei genitori è associata ad una maggiore incidenza di binge drinking, danni da alcool, sintomi da disordine alcool-correlati, rispetto ai ragazzi a cui invece i genitori non hanno offerto da bere. Lo stesso si può dire quando l’offerta non è appannaggio solo dei parenti, ma le fonti si moltiplicano. Nel corso del tempo, il binge drinking, e perciò il ricorso a maggiori ed elevate quantità di alcool, è andato in crescendo.

Insomma, l’offerta di alcool ad adolescenti da parte di parenti e familiari non ha alcun ruolo protettivo, anzi: per ridurre l’evenienza di danni alcool-correlati, i genitori dovrebbero evitare di dare alcool ai propri figli, a maggior ragione se bambini.

Limiti di un primo passo

Certo, notano sia gli stessi autori che un articolo di commento allo studio, non è ancora possibile generalizzare i dati, o globalizzare questi risultati: sono pure sempre specchio di una cultura e una società limitata, e gli autori sottolineano che anche all’interno della stessa società australiana, la leggera preponderanza di giovani e genitori provenienti da istituti e scuole private rispetto a coloro che frequentano istituti pubblici può avere un peso nello sbilanciare i risultati. La coorte poi non è stata stratificata tenendo conto di determinanti sociali nel ricorso ad alcool, che sappiamo giocare un ruolo fondamentale nella scelta del pattern di assunzione della sostanza.

Eppure, si tratta pur sempre di un primo importante passo. Come scriveva nel 2016 la The Lancet Commission on Adolescent Health, “assunto che familiari e genitori sono ancora le figure più importanti nella vita di molti adolescenti, la pochezza di ricerche rigorose riguardo le influenze famigliari sul benessere e la salute degli adolescenti rimane ancora ad oggi un impressionante vuoto di conoscenza”. E lo studio di Mattick e colleghi, questo vuoto, ha voluto contribuire a colmarlo.

FONTI| articolo1; articolo2; articolo3