Anosognosia: campanello d’allarme per la malattia d’Alzheimer

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Non essere consapevoli delle proprie dimenticanze potrebbe essere un segno precoce di malattia di Alzheimer.

In uno studio recentemente apparso su Neurology, un team di ricercatori della McGill University ha dimostrato come l’anosognosia in pazienti con iniziali segni di declino cognitivo predica l’imminente riduzione del metabolismo in regioni notoriamente coinvolte dalla malattia di Alzheimer e la successiva evoluzione a demenza d’Alzheimer.

“Era da tempo che i medici sospettavano che l’anosognosia fosse un campanello d’allarme per la conversione a demenza d’Alzheimer, ma fino a oggi non ve n’era la dimostrazione in letteratura” Joseph Therriault – autore dello studio

Anosognosia

È il 1914 quando il termine “anosognosia” viene coniato dal neurologo francese Joseph Babinski, attualmente ricordato per il segno di Babinski, testato da quella manovra fastidiosa e al contempo piacevole di solletico alla pianta del piede.

Al tempo, Babinski stava studiando una paziente con una grave forma di emiplegia della parte sinistra del corpo.L’attenzione del neurologo fu però catturata da un bizzarro fenomeno emerso durante l’esame della paziente. Quando il neurologo le chiese di muovere il braccio destro, la paziente rispose, come normalmente accade, con una rapida esecuzione del comando motorio. Quando però fu il momento di muovere il braccio sinistro, quello del lato paralizzato, accadde qualcosa di inaspettato: la paziente rimase immobile, in silenzio, come se la domanda fosse stata posta a qualcun altro. La paziente non mosse il braccio sinistro non perché incapace di farlo, bensì perché del tutto inconsapevole di avere un lato sinistro del corpo che risultava paralizzato.

Da ciò il termine anosognosia, dal greco “a-gnosis” mancanza di conoscenza e “nosos” malattia, una condizione in cui il paziente è in parte o del tutto inconsapevole di essere affetto da una malattia, tanto da portarlo anche a mettere in discussione il motivo della visita o del ricovero e richiedere di essere dimesso.

L’anosognosia è una condizione che si riscontra in patologie anche molto differenti tra loro: dalla cecità corticale, in cui i pazienti non sono consapevoli di aver perso la vista, all’afasia di Wernicke, in cui i pazienti non si accorgono di produrre discorsi privi di significato logico, fino alla malattia di Alzheimer, in cui i pazienti possono non percepire la progressiva perdita di memoria di cui sono vittima.

Mild Cognitive Impairment

Riconoscendo che tra le manifestazioni cliniche della malattia di Alzheimer vi è anche l’anosognosia, i ricercatori si sono chiesti se la mancata consapevolezza del proprio declino cognitivo potesse essere usato come marker precoce per riconoscere i pazienti a maggiore rischio di evoluzione a demenza d’Alzheimer.

Per rispondere alla domanda, si sono quindi concentrati su pazienti le cui abilità cognitive non fossero ancora così compromesse da inficiare la loro autonomia -importante criterio per la diagnosi di demenza– ma che fossero in una fase a metà strada tra la normalità e la franca patologia, fase definita Mild Cognitive Impairment (MCI).

Nello specifico, i ricercatori hanno limitato lo studio a quei pazienti con MCI il cui disturbo principale era la perdita di memoria, pazienti classificati come amnestic MCI o aMCI.

Definire strumentalmente l’anosognosia

Una volta selezionati 468 pazienti con aMCI, i ricercatori hanno somministrato ai pazienti un questionario (i.e. Everyday Cognition o ECog) in cui veniva loro chiesto di paragonare le loro attuali performance cognitive a quelle di 10 anni prima. Lo stesso questionario è stato contemporaneamente somministrato a un loro parente stretto o caregiver, così da poter paragonare quanto riferito dal paziente a quanto riportato da una persona a lui vicina.

Dalla discrepanza dei punteggi dei questionari del paziente e del caregiver è stato quindi possibili classificare i pazienti in due gruppi: aMCI con e senza anosognosia.

PCC e anosognosia

Dal confronto dei due gruppi è emerso che nel liquor dei pazienti con anosognosia era maggiore, rispetto ai pazienti senza anosognosia, l’alterazione delle proteine b-amiloide e tau, i due principali protagonisti della patogenesi della malattia di Alzheimer.

Risultati che sono stati confermati tramite PET, grazie alla quale si è osservato un accumulo di amiloide maggiore nel cervello dei pazienti con anosognosia, specialmente a livello della corteccia cingolata posteriore (PCC).

The brain’s default mode network (DMN) -Fonte https://sapiensoup.com/brain-on-psychedelic-drugs

Quest’area cerebrale, parte del default mode network (DMN), è nota ai ricercatori per il suo ruolo nel recupero dei ricordi autobiografici, nella pianificazione di eventi futuri e nel mantenimento dell’equilibro tra i processi cognitivi rivolti all’ambiente esterno e quelli rivolti all’ambiente interno.

Il principale responsabile dell’anosognosia sarebbe dunque la disfunzione della PCC, la quale impedirebbe ai pazienti di integrare le informazioni relative al loro declino cognitivo con la loro rappresentazione di sé stessi.

Anosognosia e rischio di demenza 

I ricercatori hanno poi osservato che i pazienti con anosognosia avevano un rischio di convertire a demenza d’Alzheimer nei successivi 2 anni più che raddoppiato rispetto a quelli senza anosognosia (28.15% vs 12%).

Ciò suggerisce che la mancata consapevolezza dei propri deficit di memoria sia un sintomo specifico della malattia di Alzheimer e indicativo di una fase più avanzata della malattia, prossima alla successiva perdita dell’autonomia.

Questi risultati sono in linea a quanto riportato precedentemente nella letteratura, dalla quale emerge che l’anosognosia tende a precedere la conversione a demenza d’Alzheimer di 2-3 anni.

Implicazioni dello studio

I risultati dello studio confermano l’importanza di testare la consapevolezza dei deficit di memoria in pazienti che presentano un iniziale declino cognitivo.

A tal fine, assume il ruolo di co-protagonista una persona vicina al paziente – parente o caregiver- grazie alla quale avere un confronto obiettivo tra i deficit reali e quelli percepiti dal paziente.

Purtroppo ad oggi non vi è un consenso unanime sul modo più corretto di testare l’anosognosia e futuri studi saranno necessari per creare un test standardizzato che possa essere impiegato efficacemente nello screening di pazienti con possibile malattia d’Alzheimer.

Fonti | Studio NeurologyPCC anatomia, funzioni e alterazioni patologiche