Geroprotettori: una possibile risposta ai problemi della terza età

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geroprotettori

L’elisir di lunga vita, in grado di donare l’immortalità, ha da sempre stuzzicato la fantasia dell’uomo nelle più svariate culture ed epoche. In vero, anche oggi sempre più sono le pagine, in giro per la rete, che propinano improbabili intrugli o tecniche in grado di ritardare i segni e i sintomi della vecchiaia.

Un mondo sempre più vecchio

Siamo destinati sin dalla nascita ad invecchiare e a lasciare il posto alle nuove generazioni, e se da questo punto di vista dobbiamo farcene una ragione; dall’altro lato la ricerca scientifica cerca in maniera sempre più insistente di migliorare tuttavia la qualità di vita nella terza età, con la speranza di ridurre quelle che sono le principali caratteristiche cliniche di un paziente anziano: fragilità e multimorbosità.

Infatti, l’invecchiamento della popolazione attualmente è una delle principali sfide da affrontare a livello globale. Una proiezione dell’US Census Bureau mostra come nel 2030 una persona su 5 (circa il 20%) avrà un’età superiore ai 65 anni. Per capire la velocità a cui procede questo fenomeno basti pensare che nel 2015 la popolazione over 60 rappresentava invece solo il 12% della popolazione mondiale.

Secondo uno studio condotto, nella nostra cara e vecchia Europa le donne nate nel 2014, rispetto a quelle nate del 2006, avranno un’aspettativa di vita superiore di 1,6 anni; allo stesso modo per gli uomini l’aspettativa di vita risulterà superiore di 2,3 anni. Di contro però lo studio afferma come sia le donne che gli uomini nati nel 2014, rispetto sempre ai nati del 2006, godranno di buona salute per un periodo inferiore, circa 1 anno per le donne e 3 anni per gli uomini. Questo ci porta quindi a capire che il futuro ci prospetta una popolazione mondiale sempre più anziana e malata.

In termini di politica sanitaria questo significa: aumento dei costi ed aumento dei problemi gestionali nell’assistenza sanitaria. Per questi motivi tutta la comunità scientifica e le organizzazioni governative e non si sono attivate al fine di trovare le possibili soluzioni.

È in questo contesto che è nato ad esempio il progetto “COST Action BM1402: MouseAGE”, finanziato dall’ UE, che riunisce ricercatori nel mondo accademico ed industriale, senonché medici e membri di organizzazioni con esperienza nell’invecchiamento e geriatria, nei modelli murini e sviluppo di farmaci. Scopo del progetto è creare una roadmap di ricerca unificata per accelerare il percorso che porterebbe all’uso dei geroprotettori nella pratica clinica.

Cosa sono i geroprotettori?

Sotto questa denominazione rientrano oltre 200 composti così definiti per la loro capacità di ritardare molte delle malattie che caratterizzano la terza età (diabete di tipo 2, cancro, morbo di Alzheimer, malattie cardiovascolari e osteoarticolari), in grado quindi potenzialmente di ridurre la multimorbosità e la fragilità che caratterizza questi pazienti.

Fanno parte della famiglia dei geroprotettori farmaci come la rapamicina, la metformina (inibitori di mTOR), e i farmaci senolitici che, finora, sono riusciti ad allungare la vita dei topi fino al 40%.

Nel 2014, vi è stata la prima sperimentazione clinica di un geroprotettore in soggetti over 65, il farmaco RAD001, in grado secondo questo studio di potenziare del 20% la risposta immunitaria ad un vaccino influenzale, il tutto con dosi relativamente ben tollerate.

Multimorbosità e fragilità nell’anziano

Nell’ultimo decennio, la comprensione dei cambiamenti fisiologici che avvengono con l’invecchiamento è migliorata molto. Radicali liberi, senescenza cellulare, processi infiammatori e autofagia rappresentano il substrato dei quadri clinici che più interessano la terza età.

Questo spiega il perché negli over 65 si ha un più aumentato rischio, rispetto alla popolazione generale, di sviluppare contemporaneamente più di una patologia. Inoltre, sempre più studi mostrano come la presenza di una malattia legato all’età faciliti l’insorgenza di altre patologie.

Il quadro di multimorbosità che si viene a creare in un paziente anziano, rende il recupero da eventi infettivi, traumatici o stressanti più difficoltoso oltre ad inficiare sulla qualità di vita dell’individuo stesso. In questa categoria di pazienti multimorbosità e fragilità tendono quindi a coesistere rinforzandosi l’un l’altro.

Perché in tale ambito difficilmente la sperimentazione entra nella fase clinica?

I passi in avanti fatti in termini di studio sull’invecchiamento e sull’azione dei geroprotettori non riescono a tramutarsi in pratica clinica, con sperimentazioni che spesso rimangono in fase preclinica non giungendo mai alla fase clinica.

Secondo la Prof.ssa Ilaria Bellantuono questo è da ricondursi a tre fattori: mancanza di una definizione standardizzata di multimorbosità e fragilità, modelli murini non ottimali e assenza di parametri concordati per valutare le condizioni negli organismi modello e/o nei pazienti.

Per quel che riguarda l’assenza di una definizione standardizzata di multimorbosità e di fragilità, questo comporta fondamentalmente un’importante difficoltà nella comparazione dei vari studi che vengono condotti in tale ambito.

A riguardo dei modelli murini non ottimali bisogna dire che pur esistendone molti per le singole patologie della terza età, tuttavia, per risparmiare costi e tempo, la patologia desiderata viene spesso indotta quando le cavie hanno da 2 a 6 mesi, quindi molto precocemente. Ciò significa che raramente vengono presi in considerazione gli effetti dell’invecchiamento cellulare sulla progressione della malattia. A ciò si aggiunge la difficoltà tecnica nel creare modelli murini con multimorbosità legata all’età e fragilità.

Infine, altro punto critico da risolvere è quello inerente la standardizzazione dei parametri clinici da prendere in considerazione nella valutazione dei risultati ottenuti nei vari studi.

Conclusioni

Alla base di quanto detto sin ora vi è un diverso approccio nella cura del paziente anziano. Siamo infatti, anche in questo campo, nell’ambito della prevenzione. I suddetti farmaci difatti andrebbero ad agire su meccanismi base dell’invecchiamento e non sulle caratteristiche specifiche di ogni singola patologia legata all’età.

Detto così sembra quasi fantascienza per tutti i risvolti di natura medica, sanitaria ed economica. Basti pensare a come potrebbe ridursi il fenomeno della politerapia nel paziente anziano, a come migliorerebbe la qualità di vita in questa fascia di età e di come potenzialmente potrebbero essere arginati tutti i problemi che scaturiscono da una popolazione mondiale sempre più anziana.

Solamente gli sforzi di tutti gli attori potranno far diventare realtà un qualcosa che ancora immaginiamo molto distante, ricordando tuttavia che, restrizione calorica, attività fisica e corretti stili di vita sono ad oggi le armi migliori di cui disponiamo per raggiungere al meglio la terza età.

FONTI | Articolo NatureArticolo 1Articolo 2Articolo 3, Immagine in evidenza

Salvatore Fasano
Autore | Impossibilitato ad avere 7 vite come i gatti, cerco di viverne più di una nella stessa. Dopo il diploma di sassofono e la laurea in dietistica mi ritrovo studente di medicina e chirurgia presso l'Università "La Sapienza" di Roma. Durante le ore d'aria pratico sport, mi diletto a fare il barman e divoro libri e serie tv.

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