Internet vuole rimpiazzare i medici?

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E se dottor Google fosse un collega affidabile? Navigare in Internet rende la vita molto più facile e comoda a chiunque. L’hanno capito benissimo le banche, le compagnie di viaggio, le catene di vendita al dettaglio. E lentamente, anche il settore sanitario sta pian piano abituandosi all’idea, spostando il proprio baricentro (anche) nel web: nel 2017, l’industria sanitaria digitale globale valeva la bellezza di 19 miliardi di dollari.

Cresce l’industria della salute nel web, ma cresce ancora più rapidamente l’attività di online consulting. Sempre nel 2017, più di 320’000 app per smartphone erano regolarmente usate in tutto il mondo. Sulla scorta di una generale scarsità di risorse, questi servizi online stanno prendendo piede sempre più rapidamente: le assicurazioni americane usano il web come risorsa da anni, ed ora anche nel Regno Unito stanno irrompendo servizi simili. Un po’ perché è comodo per gli utenti, un po’ perché è veloce, un po’ perché è conveniente e permette di drenare parte del carico di lavoro di un sistema congesto. Però, c’è un prezzo a tutto.

L’analisi di BMJ

Il British Medical Journal ha pubblicato un’analisi proprio di questi aspetti: rischi, benefici, proposte e attività dei servizi che si presentano come alternativa alla visita face-to-face. Sono attività destinate ad implementarsi nel corso del tempo: utenti, medici, legali, tutti chiedono garanzie. Ma ce ne sono?

Il mercato delle consultazioni online si fa sempre più gremito: eConsult, Babylon, askmyGP, Dr Matt Ltd, Push Dr, Doctor Care Anywhere, GP at Hand, Anytime Dr, Dr-Plus, questi e altri servizi sono stati messi in piedi negli ultimi anni in UK, e per la maggior parte sono sviluppati o sostenuti da investitori privati. Se viene comprovata l’efficacia nel ridurre i costi di sistema, non è improbabile che servizi affini sbarchino anche in Italia.

Già a questo punto sorge la prima perplessità: non esiste nessun database indipendente che raccolga i dati dei vari pazienti e providers, e non esiste tanto meno un database indipendente. Nel Dicembre 2017 l’ente che monitora l’offerta sanitaria in UK, cosiddetta Care Quality Commission CQC, ha dovuto passare in rassegna 34 di questi sistemi digitali online, al fine di avere una panoramica comprensiva dell’offerta di servizi. In realtà, un primo colpo di setaccio risale al 2016-17, quando sia CQC, General Pharmaceutical Council che il General Medical Council hanno screenato l’adesione alle regolamentazioni di questi providers di servizi online.

Su 28 providers, solo 4 sono risultati pienamente in regola. Non si parla di piccolezze nella progettazione dei siti, ma di lacune estremamente rischiose per il pz: problemi con la conferma dell’identità del paziente prima della prescrizione di farmaci, inefficienza nel chiedere il consenso, procedure di salvaguardia dati molto lacunose. Messi alla prova dei confini etici e legali, la maggior parte dei providers ha dovuto rivedere i propri standard qualitativi. Ma qualità di cosa?

Ad ognuno il suo

Questi servizi online non sono assolutamente tutti uguali, se non fosse che per un particolare: hanno un bacino di utenti enorme, in potenza milionario.

Un esempio è eConsultant, piattaforma digitale sviluppata da un gruppo di MMG londinesi e lanciata nel 2014. I pazienti possono fare un check dei propri sintomi, cercare informazioni per auto-aiuto, consultare testi online. Prima di ogni cosa un questionario inquadra demograficamente e individualmente il problema. Interessante è che i dati dei pazienti sono collegati al sistema, già in uso dagli MMG, contenente la cartella clinica virtuale di ogni paziente.

Un secondo esempio riportato nell’analisi di BMJ è quello di askmyGP: lanciato nel 2015, askmyGP è stato sviluppato da un ingegnere con l’idea di rendere più fluido il triage dei pazienti e la gestione dei vari casi. Il risultato è che, mentre 1:3 degli utenti necessita di una visita frontale, le consultazioni online sarebbero bastevoli per 2 utenti su 3. Il sistema riceve 2000 richieste alla settimana, ed è usato (al momento) da 15 MMG e da un bacino di utenti di 100’000 pazienti. Non poca cosa.

GP at Hand, ultimo caso esemplificativo interessante nella sua penetrazione nella comunità londinese, è un servizio online lanciato recentissimamente, Novembre 2017, da una compagnia tecnologica (Babylon) in partnership con un MMG che pratica nei quartieri dell’Ovest di Londra; il servizio ora si rivolge anche in altre zone, comprovando una certa capacità di attirare utenti. La flessibilità dei contratti dei MMG è usata per registrare pazienti aree diverse da quella del MMG praticante. Il servizio è pensato per gli smartphone, tant’è che gli utenti sono persone tra i 20 e i 44 anni. Dal Novembre 2017 con i suoi 4970 utenti iniziali, in soli due mesi ha raggiunto un seguito di 16’117 utenti.

Domande inevase ed evasioni dall’etica

Non serve richiamare dottor Google o l’esperienza giornaliera di centinaia di MMG (e non) alle prese con diagnosi improvvisate e supponenze ingiustificate per veder un’azione distruttrice in questi nuovi servizi.

Che sia o meno un beneficio per la comunità, sicuramente queste tecnologie minano uno status quo e dei sistemi di lunga tradizione. La politica inglese, in condizioni generali che ricalcano la falsa riga delle condizioni italiane, per far fronte ai costi (quindi abbassarli), e con l’intento di ridistribuire il carico di lavoro, ha stanziato risorse per potenziare questi sistemi online.

In realtà, ricerche condotte fra i praticanti di medicina generale rivelano che gli MMGs non vedono affatto il loro carico di lavoro ridotto, bensì potenziato da questi servizi online. Servizi che si dimostrano poi inefficaci, a dispetto delle promesse pubblicitarie, nel gestire i casi complessi.

A causa, impropriamente o meno, della mancanza di dati indipendenti e onnicomprensivi, risulta difficile rispondere ad alcuni quesiti fondamentali per pazienti e per medici e professionisti della salute: un MMG è capace di gestire ogni segmento di popolazione, mentre certamente i servizi online discriminano non solo in base alla web-literacy, ma anche per caso clinico: e i cronici?, le condizioni di multi-morbosità?, i problemi mentali? Non sono seguiti/seguibili da nessun servizio online, anche se, certamente, queste tecnologie si avvicinano molto a segmenti meno facilmente raggiungibili come quello degli adolescenti.

Bisogna poi domandarsi se le risorse dirottate sui servizi online come i sopra citati, o le entrate dei servizi stessi, debbano far parte o meno dell’approvvigionamento economico del SSN. Uno dei principi del SSN inglese (NHS) è la gratuità al momento della fruizione: questi servizi online sono impostati invece nel modello del co-payment (un pagamento all’assicurazione prima della fruizione della prestazione). Uno stravolgimento non solo ideale, ma pratico, della meccanica comune di uso e accesso alla cura.

Ultimo, eppure sempre urgente per il paziente quanto per il medico, è la massimizzazione dei rischi: un MMG assegnatario di nuovi pazienti tramite servizi online simili può non avere accesso a tutte le informazioni che gli sono necessarie. I servizi online non perseguono il principio di responsabilità che lega il medico alle sue scelte e che gli impongono l’utilizzo di ogni dato utile per arrivare alla diagnosi: quale è il margine di sicurezza della scarsità di informazioni?

Come ogni opportunità data dalla tecnologia e dal web, rischi e benefici vanno soppesati adeguatamente. E se si parla di salute, medico e paziente, su lati differenti del ponte, sono sulla stessa barca.

FONTI | articolo bmj; esempio, Immagine in evidenza