Niente ipertensione se mangi piccante

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Il peperoncino è una spezia molto utilizzata nella cucina mediterranea, anche se non gradita da tutti per il sapore forte e per il bruciore esofageo ed epigastrico che può causare. La capsicina è un derivato di un acido grasso ed è la molecola responsabile delle diverse proprietà dei vari tipi di peperoncino. E’ definita irritante (utilizzata anche anche nei lacrimogeni) ed è in grado di stimolare dei recettori che nella bocca si attivano intorno a temperature di 50°C, da qui la sensazione di bruciore.

Diversi studi su animali hanno dimostrato che la capsicina ha proprietà farmacodinamiche benefiche come, ad esempio, l’inibizione dello stress ossidativo vascolare, l’aumento di produzione di ossido nitrico (potente vasodilatatore) e l’incremento di escrezione renale di sodio.

Lo studio prospettico

In Cina, Shi e al. hanno disegnato un enorme studio prospettico al fine di valutare gli effetti dell’esposizione al peperoncino. In primis, è stata evidenziato un effetto protettivo sull’obesità: un introito di 50g giornalieri di peperoncino correlano inversamente con il sovrappeso (HR: 0,73). Tra i meccanismi ipotizzati ci sono l’aumento del metabolismo basale tramite l’incremento della temperatura corporea e l’accelerazione del transito intestinale, che rende quindi controindicata l’assunzione in caso di colon irritabile o diverticolosi.

L’effetto antipertensivo noto dell’assunzione di peperoncino tuttavia non sembra derivare unicamente con il peso. Infatti, tramite l’aumento dell’escrezione del sodio urinario, la capsicina sembra proteggere dall’ipertensione sale-relata. In più, le proprietà vasodilatatrici del peperoncino sono di facile intuizione se si pensa al modesto flushing cutaneo (l’arrossamento della faccia) o l’aumento delle secrezioni acquose nasali e orali dopo l’assunzione.

Inoltre, l’assunzione quotidiana della spezia, tramite un meccanismo recettoriale che verosimilmente coinvolge la soppressione dell’infiammazione del grasso addominale, riduce l’insulino-resistenza, fattore di rischio del diabete che spesso correla con l’ipertensione.

Luci e ombre

Lo studio ha evidenti limiti di disegno, tra cui non considerare fattori ambientali quali l’attività sportiva o la genetica. Inoltre non riporta i valori pressori come variabili continue ma si limita a dicotomizzare la presenza o l’assenza della malattia, senza peraltro indicarne il grado. Tuttavia è stato importante confermare nel mondo reale, seppur preliminarmente, l’effetto farmacodinamico già noto in laboratorio della capsicina. I cibi piccanti potrebbero quindi essere un’ottima alternativa per l’ipertensione, con la pace di un’altra epidemia: il reflusso gastroesofageo.

N.B. Negli studi menzionati si tratta di “chilli” che in italiano è tradotto con “peperoncino”. Sebbene la capsicina sia presente nei vari tipi di peperoncino, la concentrazione è molto variabile. Il limite di 50g giornalieri è impensabile se riferiti al peperoncino mediterraneo, mentre è plausibile se riferiti ad esempio alla varietà di jalapeno.

Fonti: lo studio; la capsaicina

Francesco Lombardi
Sono specializzando in Malattie dell'Apparato Respiratorio al policlinico Gemelli, mi interesso anche di psico-neuro-endocrinologia. Appassionato di musica e di tennis, mi piace viaggiare e conoscere nuove persone e culture diverse.