Un farmaco antitumorale per l’autismo?

5740

Un farmaco antitumorale potrebbe ridurre i sintomi legati alla compromissione della sfera sociale caratteristica dei disturbi dello spettro autistico.

La scoperta, pubblicata su Nature Neuroscience, è di un team di ricercatori del Dipartimento di Fisiologia e Biofisica dell’Università di Buffalo, che hanno condotto i primi studi in laboratorio su modelli murini di autismo, nei quali la somministrazione di un farmaco antineoplastico si è dimostrata in grado di migliorare per un periodo di tempo protratto i deficit di interazione sociale che contraddistinguono la patologia.

I disturbi dello spettro autistico: le caratteristiche

Si tratta di un insieme eterogeneo di disturbi del neuro sviluppo caratterizzati dalla compromissione, grave e generalizzata, di due aree principali:

  • capacità di comunicazione ed interazione sociale: ritardo dello sviluppo del linguaggio, scarsa responsività sociale, scarso ed incostante contatto con lo sguardo, scarso interesse per gli altri;
  • interessi ed attività: presenza di comportamenti stereotipati, quali l’attaccamento ad interessi particolari o ristretti, l’eccessiva aderenza a rituali motori o verbali e la presenza di stereotipie delle mani e/o del corpo.

I Disturbi dello Spettro Autistico si manifestano in genere nei primi anni di vita del bambino. I genitori sono i primi ad accorgersi delle difficoltà del loro bambino già dai 18 mesi. In casi molto lievi questo può accadere anche dopo i 24 mesi.  In alcuni bambini i genitori riportano uno sviluppo apparentemente adeguato fino ai 18 mesi seguito da un arresto e/o da una regressione di competenze già acquisite.

La diagnosi è esclusivamente clinica, ovvero basata sull’osservazione del bambino.

Una volta definita la diagnosi, è necessario progettare, in base alla fase dello sviluppo e al quadro clinico del paziente, un intervento riabilitativo efficace, che include programmi psicologici e comportamentali strutturati volti a modificare i comportamenti del bambino per favorirne un miglior adattamento alla vita quotidiana, ed interventi mediati dai genitori, che vengono attivamente coinvolti al fine di applicare nella quotidianità le modalità di comunicazione più adatte per favorire lo sviluppo e le capacità di interazione del figlio.

Lo studio

Alla base della patogenesi dell’autismo vi sono alterazioni genetiche che impediscono la corretta espressione genica nel corso del neuro sviluppo. I ricercatori dell’Università di Buffalo hanno scoperto che le mutazioni implicate nell’autismo dipendono dalla presenza di elementi cellulari che interferiscono con il funzionamento di determinati geni.

Lo studio è stato incentrato sui risultati di una precedente ricerca del 2015, quando fu dimostrato che la perdita del gene Shank 3 compromette la comunicazione fra neuroni influenzando il recettore NMDA (N – metil – D – aspartato), che gioca un ruolo cruciale nella regolazione delle funzioni cognitive, delle emozioni e dell’interazione sociale, tutti aspetti coinvolti nell’autismo. È stato dimostrato che sono sufficienti basse dosi di un farmaco antitumorale per ripristinare, attraverso un meccanismo epigenetico, la funzione genica che risulta alterata nei disturbi dello spettro autistico.

Alterazioni epigenetiche nell’autismo

Molte delle mutazioni alla base dell’autismo sono correlate a fattori di rimodellamento coinvolti nelle modificazioni strutturali della cosiddetta cromatina, sostanza presente nel nucleo delle cellule in interfase, composta da DNA e proteine, che si condensa durante la divisione cellulare per formare i cromosomi.

Affinché un gene funzioni, la cromatina deve essere disposta in modo tale che il gene sia accessibile all’azione delle molecole cellulari che ne regolano l’espressione.

Questo processo di impacchettamento e spacchettamento è sotto il controllo dei cosiddetti fattori di rimodellamento della cromatina.

I ricercatori, guidati dalla professoressa Zhen Yan, si sono concentrati su uno di questi fattori, HDAC2 (istone deacetilasi 2), la cui funzione è quella di impedire lo spacchettamento della cromatina, interferendo, dunque, con l’espressione genica. I livelli di HDAC2 sono risultati particolarmente elevati nei pazienti affetti da autismo, ma anche in alcune neoplasie.

La somministrazione, della durata di soli tre giorni, della romidepsina in topi “autistici” privi di Shank 3, la cui assenza è correlata ad una disfunzione della socialità, si è dimostrata efficace nel ridurre i sintomi comportamentali caratteristici della patologia, con un effetto terapeutico protratto per tre settimane e senza effetti collaterali degni di nota.

I risultati migliori sono stati ottenuti somministrando il farmaco nel periodo che nei topi corrisponde all’adolescenza umana e che rappresenta una fase di crescita critica per lo sviluppo delle capacità comunicative e di interazione sociale.

La romidepsina

È un agente antitumorale approvato dalla FDA nel 2004 per il trattamento del linfoma cutaneo a cellule T, il cui meccanismo d’azione consiste nell’inibizione degli enzimi noti come istone deacetilasi, con la conseguente apoptosi cellulare.

Nei modelli animali di autismo studiati dal team di ricerca americano, la romidepsina si è rivelata in grado di inibire il regolatore HDAC2, ripristinando la funzione dei geni implicati nella patogenesi dei disturbi dello spettro autistico.

 

Nuove frontiere per la terapia dell’autismo

I risultati della ricerca condotta presso l’Università di Buffalo accendono i riflettori su una innovativa e promettente opzione terapeutica per i disturbi dello spettro autistico, in un panorama scientifico nel quale sono tuttora molti i punti interrogativi riguardo la patogenesi ed il trattamento di tali disturbi.

Inoltre, l’efficacia, finora documentata solo su modelli animali, di un farmaco antineoplastico, la cui azione si basa su un meccanismo di tipo epigenetico, avvalorerebbe l’ipotesi di una patogenesi genetica dell’autismo.

Tuttavia, come sottolineato da alcuni ricercatori, tali risultati sono ancora lontani dal poter essere applicati sull’uomo. Sono, pertanto, necessari ulteriori approfondimenti volti a dimostrare la validità e l’efficacia della romidepsina anche in pazienti con autismo.

FONTI |Articolo originale, Disturbi dello spettro autistico