Vi racconto la storia di L.

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LA STORIA DI L.

Dal 12 al 18 marzo ricorre la “Settimana del cervello”, una campagna autofinanziata che si prefigge lo scopo di divulgare i progressi della neuroscienza in modo fruibile a tutti, “addetti ai lavori” e non.

La corretta informazione scientifica è la mission condivisa con LMIUS, che vuole dare il proprio, piccolo contributo all’iniziativa raccontando una storia giunta fino alla nostra redazione; una storia che dimostra consapevolezza e richiede altrettanta consapevolezza.

Una sera ero in dirittura di arrivo nella stesura di un articolo e mi confrontavo con la nostra redazione per varie organizzazioni del caso. Nel corso della conversazione mi viene fatto accenno di una mail giunta ad un redattore su un particolare caso di patologia iatrogena da trattamento con i comunissimi SSRI (inibitori della ricaptazione della serotonina). Accolgo con entusiasmo la loro volontà di sostenere al meglio una condivisione così accorata e mi viene girata la mail in questione.

Leggo quelle parole tutte d’un fiato, in ragione dello spiccato interesse da un punto di vista scientifico, ma soprattutto per l’unicità di quella storia.

Premetto che a distanza di settimane ancora non dimentico l’aspetto che mi ha più colpito alla prima lettura: la straordinaria lucidità e puntualità con cui L. –lo chiameremo così- racconta ciò che gli sta accadendo.

La storia di L.

L. è un ventenne del nostro tempo, con una vita normale e le quotidiane difficoltà che si incontrano alla sua età. Circa 5 anni fa, per svariate motivazioni, attraversa un periodo buio e, sotto consiglio specialistico, affianca alla psicoterapia un trattamento farmacologico che lo aiuti a migliorare la performance delle sedute ed accelerare il processo di guarigione.

Il farmaco in questione è la sempreverde sertralina, conosciuta agli annali come Zoloft, farmaco che ha rivoluzionato dal 1992 il trattamento degli stati depressivi.

Piccolissimo antefatto: dal 1992 ad oggi il mercato degli antidepressivi ha percorso passi da gigante, introducendo anche farmaci con un profilo di risposta decisamente più adatti e all’avanguardia per ragazzi e giovani adulti.

Ma torniamo a noi: L. assume quindi il farmaco per due anni, descrivendo l’esordio di un ingravescente calo della libido in concomitanza con lo scalare del farmaco. Calo della libido che si conclama drammaticamente con la sospensione totale del farmaco, associandosi ad un generalizzato stato di apatia emotiva.

Questo disturbo “grave e psicologicamente devastante” –come L. stesso lo definisce– si chiama Post-SSRI sexual dysfuction.

Il PSSD è trattato in letteratura da oltre dieci anni. È inoltre stato riconosciuto anche dal DSM-5, che nella sua ultima edizione del 2013 dedica una sezione a tutti i trattamenti medicali inducenti disturbi della sfera sessuale, e dichiara a pagina 449: “in alcuni casi gli SSRI inducono disfunzione sessuale che potrebbe persistere anche dopo l’interruzione del trattamento”.

“Se non la stessi vivendo in prima persona e non avessi della letteratura scientifica che mi supporta, forse nemmeno io ci avrei creduto” -L.

Da quel momento per L. è iniziato un lungo e gravoso percorso di ricerca che, sacrosantamente, non si è arrestato al primo nulla di fatto.

In parole povere, L. si è rivolto ad istituti di sessuologia, psichiatri, andrologi, professionisti oltreoceano e in ogni dove d’Italia.

Le risposte migliori sono state di comprensione, di consapevolezza del problema, a cui però non si conosce rimedio. Le peggiori naturalmente di scetticismo e, di mezzo, innumerevoli tentativi di trattamenti farmacologici, giustificati da svariate ipotesi: antidoti agli SSRI, altri antidepressivi a bassa incidenza di e.c. della sfera sessuale (per sospetta causa/concausa dei disturbi) e, anche, la sertralina stessa.

La letteratura scientifica

Sebbene sembra evidente una lacunosa comunicazione tra la ricerca e il concreto progresso della comunità scientifica, la letteratura effettivamente affronta da tempo e con solerzia il problema, con l’obiettivo principale di scovarne la causa e il meccanismo patogenetico.

La prevalenza del PSSD è ancora pressoché sconosciuta, anche per le svariate sfumature con cui si manifesta il disturbo.

I sintomi più comunemente riportati includono: anestesia genitale, disfunzione erettile, orgasmo privato del piacere, calo del desiderio, assenza di erezione, eiaculazione precoce, assenza di lubrificazione.

Per spiegarne la patofisiologia, in anni di studi si sono avvicendate diverse teorie, più o meno condivise dal resto della comunità scientifica. Ne citiamo alcune:

  • Variazione epigenetica e downregulation recettoriale: il recettore 5HT1A (5-idrossitriptamina 1A) è legato dalla serotonina ed è coinvolto nella motivazione sessuale. Un utilizzo a lungo termine di SSRI ipotizza una down-regulation persistente del recettore sottoposto a sovrastimolazione e dunque cambiamenti epigenetici. Questi si manifestano con l’aumento dell’espressione di proteine con un ruolo di “repressione trascrizionale” e, più in generale, di regolazione che inducono quindi un’alterazione di espressione genica a carico di diverse aree del cervello.
  • Teorie ormonali: diversi ormoni pare abbiano un ruolo nel disturbo PSSD e, al trattamento a lungo termine con SSRI, si associano svariati cambiamenti neurochimici. Fra questi, aumento di serotonina e prolattina, blocco dei recettori alfa 1 adrenergici, diminuzione di dopamina, testosterone, ossitocina. Inoltre, sono stati riscontrati cambiamenti neurochimici specialmente a carico del sistema nervoso periferico di pazienti affetti da PSSD. Questo fa riflettere, dato che il 95% dei recettori della serotonina risiede al di fuori del sistema nervoso centrale.

A questo si aggiungono alcuni studi condotti su animali e che fanno presumere la cronicizzazione del disturbo a fronte di un’esposizione agli SSRI in giovane età.

Sono solo accenni alle scrupolose evidenze che la letteratura scientifica propone. Evidenze che tuttavia non sradicano ancora alcuni diffusi scetticismi e sottovalutazioni del problema.

Non ci vuole molto invece a comprendere il disagio di una patologia che in alcuni casi può avere risvolti invalidanti.

Dunque non si può che ringraziare L., che oggi si rende coraggioso portavoce di un problema ancora taciuto e difficilmente quantificabile in termini di individui.

Oggi ci viene insegnato che consapevolezza e perseveranza sono gli strumenti primi per intraprendere la giusta via di risoluzione al problema, i primi motori a delle risposte che abbiamo fiducia non tarderanno ad arrivare.

Fonti| Post-SSRI Sexual Dysfunction: A Literature Review