Eutanasia e Depressione: l’anestesista di Welby ci dice la sua

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mario riccio

Abbiamo contattato il Dottor Mario Riccio, anestesista che ha accompagnato Piergiorgio Welby nel suo percorso e nella sua battaglia contro la malattia. Gli abbiamo fatto alcune domande rugardo la relazione tra Eutanasia e Depressione, che ci teniamo a farvi leggere.

L’intervista

Conosciamo un po’ tutti la vicenda di Piergiorgio Welby, ci piacerebbe però chiederLe di raccontarci più che la vicenda clinica quella umana. Si senta libero di scrivere cosa vuole, di raccontarci come e quando vi siete conosciuti, o un ricordo particolare, o cosa ha insegnato secondo lei Welby all’Italia, insomma piena libertà.

  • Premetto che ho scritto un libro – coautrice Gianna Milano per l’editore Sironi,  2008, ”Storia di morte opportuna”- nel quale ho descritto molto della vicenda umana personale, oltre che degli aspetti deontologici e giuridici, con una bella prefazione – a cui tengo molto – di Stefano Rodotà, (preciso che non ho interessi commerciali, ho ceduto i diritti economici del libro all’Associazione Coscioni e alla Consulta di Bioetica). Mi occupo di bioetica dal 1989 quando mi sono specializzato in anestesia con una tesi sulla morte cerebrale e la donazione di organi. Mi iscrissi poi alla Consulta di Bioetica di Milano nel 1997 e li conobbi Beppino Englaro che nella Consulta aveva trovato l’appoggio e il sostegno – culturale e scientifico- che cercava. Quando iniziò il caso Welby – settembre 2006 – scrissi una lettera da semplice cittadino a Cappato – allora eurodeputato – che al tempo non conoscevo nel quale manifestai il mio interesse al caso e chiesi alcune notizie cliniche che non riuscivo a capire dai media. Ma sopratutto sostenni che c’era una via “legale” per le richieste di concludere la vita di Welby. Sinceramente non pensavo proprio che veramente nessun medico si fosse reso disponibile: credevo fosse una provocazione lanciata da Cappato. Nei mesi successivi e nei contatti diretti con Cappato e con Mina Welby ed indiretti con Welby stesso, lui giunse a chiedermi se ero disponibile materialmente alla sedazione e distacco del ventilatore. Mi sembrò normale, corretto, inevitabile accettare. Così mi ritrovai dalla teoria alla pratica. Ricordo che quando entrai per la prima volta in camera sua fui sopraffatto da un senso di totale “inferiorità”, cosa che non capita quasi mai al medico davanti al paziente/persona, capii che Welby non era un paziente/persona ordinario. Solo allora cominciai a pensare che ci sarebbe stato un “dopo” sul quale non avevo minimamente riflettuto. La vicenda Welby – che oggi sembra storia antica – ha rivoluzionato la storia, la legge, la deontologia medica del nostro paese ed ha costretto il medico italiano a ripensare completamente il paradigma del rapporto medico/paziente.

Accanto alla battaglia legale immagino abbia dovuto affrontarne anche di emotive. Personalmente come ha affrontato e vissuto la vicenda? Cosa significa emotivamente per un uomo e per un medico stare accanto a una persona che in qualche modo poi bisogna “spegnere”?

  • Come dicevo prima,mi sono accorto che la vicenda Welby avrebbe cambiato anche la mia vita solo poco prima che lui morisse. Mi sono trovato pertanto a vivere la vicenda umana e mediatica senza alcuna riflessione o preparazione precedente: forse è stato meglio così. La questione, paradossalmente, non era tanto aver sospeso un trattamento sanitario,  cosa ordinaria per un medico di area critica, quanto la dimensione pubblica/mediatica che la cosa aveva assunto. Mi ero ritrovato improvvisamente “personaggio “ pubblico senza alcuna preparazione. Ho cercato innanzitutto di difendere la mia famiglia in particolare mia figlia- che al tempo aveva 5 anni- che sentiva parlare di suo padre come di un assassino. Cercai subito di “isolarla” dalla vicenda, ma stava sviluppando uno stato ansioso importante che la portava ad insonnia, incubi e disagio psicologico. Consultammo anche un neuropsichiatra infantile, al quale lei confidò che in classe all’asilo un paio di sue compagne le dissero che suo padre aveva ucciso una persona, per giunta famosa! Ma anche il sentire – inevitabilmente – il mio nome o quello di Welby in televisione o vederlo sui giornali era fonte di sofferenza. Io avevo ritenuto che non parlargliene o rappresentare la cosa come un gioco fosse la soluzione migliore. In verità mi resi conto che era il contrario, così iniziai a parlarne in modo diretto. Questo è servito a lei per risolvere la sua condizione, ma anche a me che sono riuscito anche a “spersonalizzarmi” nei momenti più difficili. Con questo sono riuscito anche a superare molte situazioni critiche: come quel giorno, a Roma all’uscita da un incontro pubblico, una persona mi si è avvicinata e, nel darmi dell’assassino, mi ha sputato addosso. Credo che quella sia stata una delle esperienze maggiormente formative in senso positivo della mia vita. Per quanto riguarda l’aspetto più umano della vicenda Welby, mi sono sempre ripetuto che io non avevo diritto a viverne la parte emotiva ma che questa era riservata ai soli familiari: andando in giro spesso con Mina mi sarebbe sembrato di “rubarle” la sua parte, a me spettavano gli aspetti clinici, deontologici e giuridici. Solo negli ultimi anni sto cercando di recuperare personalmente quella componente. Penso spesso a quanto una volta mi ha detto Mina: Welby era preoccupato per me e si chiedeva cosa mi sarebbe accaduto dopo la sua morte. Vorrei poterlo ringraziare perché mi ha permesso una profonda riflessione e maturazione personale, che senza di lui non sarei mai riuscito a fare.

Nei reparti di terapia intensiva d’Italia cosa succede? Cosa è quanto è cambiato dal caso Welby? Soprattutto, quanti casi Welby o Englaro ci sono ogni anno? Casi di Eutanasia praticati ma sempre in modo velato ce ne sono?

  • Un questionario della SIAARTI (Società Italiana di Anestesia Analgesia Rianimazione e Terapia Intensiva) e del Mario Negri del 2007 riporta che in Italia su 150.000 ricoveri /anno nelle terapie intensive italiane si registravano 30.000 morti; di cui il 62 % – cioè più di 18.000morivano in seguito alla decisione clinica di non iniziare, interrompere o ridurre una terapia salvavita. In pratica già al tempo c’era una moltitudine di casi Welby od Englaro. Il problema era, ed è, quello di portarli alla luce, all’opinione pubblica senza pregiudizi e meschinità. Il caso Welby ha anche permesso questo. Oggi i medici ed i parenti si sentono maggiormente legittimati e protetti nel parlarne. Non credo invece che esistano tanti casi di eutanasia – intesa come somministrazione diretta di farmaci – in ambiente ospedaliero: troppo complicato e necessitante della complicità di molti soggetti contemporaneamente  medici, infermieri, ausiliari, parenti), anche se non escludo la possibilità specialmente se ci riferiamo ad ambienti sanitari meno controllati e presidiati (case di riposo, istituti di ricovero o case private).

Ritiene che la sofferenza psichica possa essere paragonata a quella fisica? In cosa differiscono a suo avviso e soprattutto una può essere più insopportabile di un’altra? Per esempio la condizione di un Depresso grave si può dire invalidante tanto quanto per esempio quella di un paziente con SLA in una fase terminale?

  • Premetto che, non essendo uno psichiatra, le mie sono le semplici valutazioni di un non-specialista che da anni riflette sugli aspetti etico/deontologici del fine vita. Esiste il termine di “dolore totale” per intendere la somma del dolore fisico e dolore psicologico che una patologia può dare. E’ pertanto difficile farne una distinzione assoluta. Il depresso può avere una salute fisica perfetta ma rifiutare la propria vita perché vive una condizione comunque “infernale” data dalla sua malattia psichica. Mentre lo stesso malato di SLA può continuare a voler vivere nonostante la sua difficile e dolorosa condizione fisica.

Da medico definirebbe – e se sì quando – la depressione una malattia terminale?

  • Spesso quando parliamo di depressione siamo convinti che sia una condizione secondaria, una malattia minore: una sorta di malattia “capriccio” tipica di chi ha tutto ed è annoiato dalla vita, una malattia “borghese”, tipica dei ricchi, causata dalla società moderna che tende ad offrire tutto a tutti. La leghiamo romanticamente a condizioni passeggere, sentimentali, transitorie, collegate a fatti contingenti. Ci sarebbero da fare in merito molte considerazioni anche di carattere sociopolitico per le quali però ritengo di non avere una adeguata preparazione. Esiste anche il depresso grave, affetto da male esistenziale maggiore, refrattario alla terapia, o che potrebbe rifiutare di assumere come è suo diritto. In questa condizione non saprei come altro definirla se non una malattia terminale,cioè che porta alla volontà di terminare la propria vita.

In paesi come la Svizzera o l’Olanda l’eutanasia può essere richiesta anche da pazienti affetti da Depressione. In un contesto in cui l’eutanasia fosse diritto anche dei pazienti depressi lei che posizione assumerebbe in quanto anestesista?

  • Come dicevo prima ritengo che in determinate condizioni anche la malattia psichica possa essere ammessa tra quelle del percorso suicidio assistito/eutanasia come peraltro appunto già avviene nei paesi citati. Se fosse richiesto cosa farei personalmente, qualora in Italia ci fosse una depenalizzazione del suicidio assistito/eutanasia, come sostengo ed auspico da anni? Ovviamente mi proporrei qualora necessario/richiesto come operatore del percorso stesso, anche per quei pazienti psichiatrici.

In Olanda la concessione del suicidio assistito sembra implicare un considerevole giudizio medico, a cui, inoltre, spesso la decisione viene rimandata dagli stessi comitati di revisione dell’eutanasia. Il fatto che il desiderio di morte sia un sintomo vero e proprio della Depressione quanto inficia la possibilità di valutare in modo preciso, sia da parte dei comitati che da parte delle équipe mediche, la reale volontà del paziente di morire?

  • Ritornando sui termini della questione e sottolineando appunto la serietà della valutazione operata dalle commissioni mediche: il nulla osta alla pratica del suicidio assistito/eutanasia non viene certamente riconosciuto con leggerezza. Ricordo che in tutti i paesi citati è obbligo, alla fine della procedura – dopo la morte del richiedente – inviare tutta la documentazione alle rispettive Procure, affinché valutino se il percorso sia stato corretto. Senza voler per forza prendere una deriva giudiziaria/giuridica, questo sta a garantire il rigore adottato nel percorso della procedura.

La morte non la sento come una scelta. Se potessi scegliere vorrei una vita sopportabile ma ho fatto tutto e non ho avuto successo.” Sono le parole di Sara (nome di fantasia), 24 anni, affetta da Depressione, ha ricevuto il consenso all’Eutanasia in Belgio nel 2015. Che significato ha in questo caso la sopportabilità? La valutazione della stessa fatta da un depresso può essere ritenuta, da un comitato etico, attendibile? Infine, dalla sua esperienza ritiene che una persona esterna possa valutare quanto una situazione emotiva di un altro individuo sia sopportabile?

  • Come per il dolore fisico, anche per il dolore psichico ognuno di noi è il solo arbitro di se stesso. La vita è sicuramente un bene, ma è un bene assolutamente nella disponibilità di ciascuno di noi. Fumare – anche il solo tabacco – così come assumere alcolici sicuramente peggiorano la nostra condizione fisica, riducendo la nostra aspettativa di vita e spesso causando direttamente la nostra morte, così come non assumere una banale terapia antipertensiva può determinare la nostra morte. Lanciarsi con il parapendio mette a repentaglio la nostra vita. Ma sono tutti comportamenti che rientrano nella nostra piena autonomia, facoltà, disponibilità. Poco dissimili, nella sostanza, al richiedere di morire.

Ha la possibilità di mandare un messaggio a migliaia di studenti e giovani medici, cosa si sente di dirci?

  • Innanzitutto vorrei ringraziarvi per la possibilità offertami di rivolgermi a giovani colleghi o futuri tali: è sempre un compito delicato e di grande responsabilità. State costruendo un vostro personale percorso di formazione, non solo tecnica, ma anche etico/deontologico. Ogni opinione che ascoltate  può influenzare moltissimo questo vostro fondamentale percorso. Come medico che invece sta per lasciare la professione – almeno attivamente – vorrei dire che spero di rappresentare l’ultima generazione di medici paternalistici, cosidetti ippocratici. Voi dovrete confrontarvi con realtà sempre più rivoluzionarie: il completo controllo appunto nel determinare il proprio fine vita, il controllo della vita nascente con l’editing genetico, l’utero artificiale che rivoluzionerà ulteriormente il concetto stesso di nascita e genitorialità biologica/biografica, la disparità sempre maggiore nella tutela del bene salute sulla base di criteri economici e tanto altro. Nei miei anni di università circolava uno slogan che poi si tradusse anche in un movimento politico e in una rivista; lo slogan era: servire il popolo. Parafrasando quello slogan, pur liberandolo della valenza politica che conteneva, credo che il buon medico debba ritenere che il suo compito sia: servire il paziente.

Ringraziamo infinitamente il dottor Mario Riccio per averci concesso il suo tempo e per averci espresso la sua opinione in merito.