Galeotta fu la salute e chi la incarcerò

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Cara redazione,
sono un medico e lavoro in uno dei tanti carceri italiani. Oggi vi scrivo per condividere una fotografia attuale di quella che è la loro condizione.

La Costituzione Italiana pone la salute come “fondamentale diritto dell’individuo” e giudica che tendere ad essa è “interesse della collettività” (Articolo 32).

Eppure possiamo definire le carceri come delle zone d’ombra. Zone grigie, in cui ci si accontenta delle pochissime risorse che si hanno a disposizione, in cui non esiste la prevenzione ma ci si accorge della malattia a stato conclamato e acuto.

E se il presupposto è quello di una salute come valore fondante di un individuo, come potremmo accettare tacitamente questo?

La situazione nelle carceri è cambiata quando nel 2008 sono state trasferite al Servizio Sanitario Nazionale tutte le funzioni sanitarie svolte fino ad allora dal Dipartimento penitenziario. Eppure, le cose al giorno d’oggi rimangono di grande emergenza nonostante qualche mese fa siano stati estesi i LEA (Livelli Essenziali di Assistenza sanitaria forniti dallo stato) anche ai carcerati andando ad aumentare ed innalzare il supporto sanitario dietro le sbarre.

Per comprendere meglio l’emergenza in cui ci troviamo prendiamo in considerazione alcuni dati presi da uno studio multicentrico tra più regioni pubblicato nel 2015.
Il 70% dei detenuti fuma, con tutte le conseguenze patologiche e prognostiche che ne conseguono. Quasi il 45% è obeso o sovrappeso anche a causa della poca attività fisica e della predisposizione alla sedentarietà. Il 14,5% è affetto da malattie dell’apparato gastrointestinale, l’11,5% da malattie infettive e parassitarie. Di queste l’Epatite C ne fa da padrona, ma proprio grazie all’estensione dei LEA, sarà possibile trattare con i nuovi farmaci le forme più gravi. La tubercolosi è presente 20 volte di più che all’esterno.

Tra queste malattie c’è poi tutta la parte psicologica che merita una menzione a sé. Ben oltre il 40% dei carcerati presenta almeno una patologia psichiatrica e circa il 53% dei nuovi detenuti è stato valutato a rischio suicidio. Infatti, è proprio quest’ultimo il dato che ci dovrebbe far rabbrividire. Dal 2000 ad oggi su 2749 morti in carcere 992 sono morti suicidi, ben più di un terzo.

Il suicidio è la prima causa di morte dietro le sbarre. E per questa grave sconfitta della modernità qualcosa si può fare. Negli anni ‘80, gli Stati Uniti d’America avevano il nostro stesso tasso di suicidi ma,tramite percorsi di formazione del personale nel riconoscere i primi stati di angoscia e depressione e nel conoscere manovre di primo soccorso, si è riusciti a ridurlo del 70%.

Dimenticarsi che il carcere non ha solo funzione punitiva ma anche rieducativa è uno dei più grandi errori che possiamo compiere. Non si può dare per scontata una cosa del genere. Chi entra in carcere ci entra per pagare un errore che la legge ha ritenuto punibile. Ma all’interno di quelle mura, il detenuto deve imparare anche a migliorare la sua condizione, a capire i suoi errori ed evitare di ricommetterli una volta fuori. 

Proprio parlando di rieducazione, ad esempio, per quanto riguarda la tossicodipendenza vi sono studi che ci fanno comprendere come proprio il 70-98% dei detenuti, incarcerati per reati connessi alla droga, ricade entro 12 mesi nella tossicodipendenza se non supportati e curati con percorsi specifici dietro le sbarre.

Pensare che quasi un carcerato su due abbia problemi di natura psichica non ci dovrebbe fare interrogare su come li stiamo trattando ? Su come stanno vivendo?
Ognuno di loro se è lì di certo ha commesso degli errori e, gravi o lievi che siano, vanno condannati a pieno. E’ giusto che loro stiano scontando la loro condanna, ma è profondamente sbagliato che non la stiano affrontando con la stessa dignità di esseri umani con la quale hanno messo piede in quelle mura.

Si valuta il progresso, la modernità e l’eticità di uno stato dal modo in cui tratta le donne e i suoi carcerati.

E’ davvero questo lo stato in cui vogliamo vivere?

 

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