caso clinico 110

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Malattia di Wilson

La Malattia di Wilson o Degenerazione epatolenticolare è una patologia genetica autosomica recessiva che si manifesta con una combinazione di sintomi neuropsichiatrici ed epatopatia ad evoluzione cirrotica.

Il gene responsabile della malattia di Wilson (ATP7B) è stato individuato e mappato sul cromosoma 13 e si esprime principalmente nel fegato, reni, e nella placenta. Codifica per un’ ATPasi di trasporto di tipo P che ha la funzione di regolare l’efflusso di rame dall’epatocita nella bile e il suo legame alla ceruloplasmina. Le mutazioni sono rilevate nel 90% dei soggetti. La maggior parte (60%) sono mutazioni omozigoti del gene ATP7B e il 30% mutazione eterozigote. Il dieci per cento non presenta alcuna mutazione rilevabile.

La mutazione determina un progressivo accumulo di rame nel fegato che viene infine rilasciato in circolo depositandosi in vari organi quali encefalo, reni e cornea.

I sintomi possono insorgere a qualsiasi età, anche se le manifestazioni sono più tipiche fra i 5 e i 35 anni. Manifestazioni neurologiche comprendono: tremori, parkinsonismi, incordinazione, distonia, disfagia, disartria. Il tono dell’umore risulta spesso depresso e con stati d’ansia generalizzata. I pazienti possono risultare itterici a causa dei danni epatici causati dalla patologia. Una buona parte dei pazienti può anche manifestare nefropatie, cardiopatie ed endocrinopatie.

Segni particolari sono: gli anelli di Kayser-Fleischer dovuti al deposito di rame nella cornea visibili con l’esame della lampada a fessura e (anche se raro, ma se presente è patognomonico) il segno della “testa gigante di panda” alla RMN.

Ad ogni modo la triade classica è data da: segni neuro-psichiatrici, anelli di KF e alterazioni della funzionalità epatica (da valutare con indagini di laboratorio insieme al dosaggio della ceruloplasmina).

L’obiettivo della terapia è ridurre i livelli di rame circolanti per questo è indicata la D-penicillamina (un farmaco chelante). Questa terapia, comunque, è poco tollerata dai pazienti a causa del suo effetto degenerativo sulle funzioni cognitive. L’unica terapia curativa è il trapianto di fegato. Se non trattata la malattia è letale.