Come guarire una ferita: dalla natura l’ispirazione per una nuova tecnologia

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I ricercatori sono riusciti a sviluppare dei bendaggi di nanofibre che velocizzano e migliorano i processi di guarigione delle ferite. Questi innovativi bendaggi sfruttano delle proteine coinvolte nella rigenerazione dei tessuti di piante e animali.

La ricerca

Era una notte del 2003 quando un bambino afghano di 5 anni è stato portato all’ospedale militare di Kandahar, con ustioni gravi su tutto il corpo. Kit Parker non dimenticò mai l’orrore di quella notte passata a fissare il dolore di un bambino senza poter fare nulla. Una volta tornato a casa, ha sviluppato insieme ad altri ricercatori un sistema per fabbricare nanofibre.

Il Rotary Jet-Spinning è stato pensato specificatamente per sviluppare cure per le ferite di guerra. Il RJS funziona come una macchina per lo zucchero filato. Viene inserita una soluzione di polimero e la macchina produce, grazie alla forza centrifuga, delle fibre di diametro molto piccolo.

Per creare un bendaggio efficace, Kit Parker e i ricercatori della Harvard John A. Paulson School of Engineering and Applied Sciences hanno preso ispirazione dai processi di guarigione che avvengono nei feti.

Negli anni ’70 infatti alcuni scienziati si accorsero che ferite nel feto avvenute prima del primo trimestre non lasciano alcuna cicatrice. Replicare questa proprietà della pelle fetale tuttavia è stata una sfida impossibile, fino ad oggi.

La pelle del feto contiene alti livelli di fibronectina, una proteina che promuove il legame e l’adesione delle cellule. I ricercatori hanno quindi pensato di inserire soluzioni di fibronectina in forma globulare nel rotary jet-spinning. Lo zucchero filato che hanno prodotto si è rivelato davvero speciale.

Il bendaggio costituito da fibronectina fibrosa si integra facilmente la ferita e crea l’ambiente giusto per il reclutamento di cellule staminali che facilitano notevolmente la rigenerazione dei tessuti.

I risultati

I test su questi bendaggi sono stati decisamente soddisfacenti, ottenendo l’84% della rigenerazione dei tessuti in soli 20 giorni, contro il 56% ottenuto con i metodi tradizionali.

Ma l’ispirazione per un possibile trattamento innovativo delle ferite è arrivata anche da una fonte piuttosto inaspettata: la pianta di soia.

Le proteine della soia contengono, infatti, delle molecole simili agli estrogeni che accelerano il processo di guarigione, oltre ad una serie di molecole molto simili a quelle richieste per il supporto e la costruzione delle cellule umane.

Le nanofibre prodotte dalle proteine di soia hanno un grande potenziale, in quanto la materia prima è poco costosa e facile da reperire, con un outcome straordinario.

Nei campi di guerra le ferite sono pane quotidiano e la guarigione è spesso complicata o resa impossibile dalla mancanza di risorse adeguate. La cicatrizzazione può lasciare dei segni che vanno oltre la mera estetica nelle vite dei feriti. Queste ricerche danno speranza: se non possiamo evitare di ferirci, almeno poi proviamo a curarci.

FONTI | Articolo originale 1, Articolo originale 2