David Goodall: 104 anni ed il desiderio esaudito di morire

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David Goodall, scienziato australiano, nato il 4 Aprile del 1914 ha deciso quale dovesse essere l’ultimo giorno della sua vita lunga ben 104 anni: il 10 Maggio scorso e con sottofondo l’Inno alla Gioia di Beethoven. Sempre lui ha anche deciso quale dovesse essere il suo ultimo pranzo: fish and chips e cheesecake.

La vicenda

Una decisione la sua che apre ad immense praterie fatte di domande senza risposta e che ci permette di riflettere su una moltitudine di questioni.

 “Mi dispiace profondamente aver raggiunto la mia età. […] La mia sensazione è che una persona anziana come me deve poter beneficiare dei suoi pieni diritti come cittadino, compreso il diritto al suicidio assistito. […] Voglio morire e non è particolarmente triste”.

Chi ha detto ciò, decidendo quindi di ricorrere al suicidio assistito, era una persona priva di malattie gravi e tanto meno incurabili. Una scelta quindi che ci pone già ad una prima domanda: un atto di ribellione la sua, per dirla come Schopenhauer “una delle massime manifestazioni della voglia di vivere”, senza alcuna connessione tra malattia psichiatrica e suicidio, o invece, una scelta che nasconde uno stato depressivo?

Sebbene in ambito etico la risposta a tale domanda non avrebbe valore assoluto, lo stesso non può dirsi in ambito medico. Saper riconoscere e diagnosticare uno stato depressivo infatti significa anche poter trattare e assistere nel miglior modo possibile la persona.

Ma qui siamo già dentro un dibattito che speriamo di aprire dopo avervi narrato i fatti.

Suicidio assistito

Il suicidio assistito è l’aiuto medico e amministrativo fornito ad un soggetto che ha deciso di morire tramite suicidio. Non bisogna quindi confonderlo con l’eutanasia (passiva o attiva) poiché in questo caso la somministrazione delle sostanze necessarie avviene in modo autonomo e volontario da parte del soggetto stesso. Soggetti terzi si occupano tuttavia di assistere la persona nelle fasi di ricovero, preparazione delle sostanze e gestione tecnica/legale post-mortem.

Solo in alcune nazioni è permessa tale pratica a patto di rispettare specifiche condizioni. Tra queste nazioni rientrano la Svizzera (Paese in cui si è recato D.G), il Belgio, il Lussemburgo, i Paesi Bassi, la Colombia, l’Oregon, Washington, Montana e California negli USA.

In Australia (Paese di D.G.) il suicidio assistito è attualmente vietato e solo dal 2019 sarà ammessa l’eutanasia esclusivamente per i malati terminali con un’aspettativa di vita inferiore a 6 mesi. Secondo la legge svizzera, invece, chi è sano di mente e ha espresso in maniera costante il desiderio di porre fine alla sua vita, può richiedere il suicidio assistito. Tuttavia, la persona deve essere adeguatamente informata sulle alternative, capace di intendere e di volere, ed è vietata l’assistenza fornita con motivi di lucro o egoistici.

Seppur in Europa il suicidio assistito è legale in più Nazioni come visto, solo le cliniche della Confederazione elvetica offrono il servizio anche ai cittadini stranieri come nel caso di David Goodall.

Iter seguito da David Goodall

Una volta scelta la struttura alla quale affidarsi, questa prende in considerazione tutta la documentazione della persona e ne valuta la fattibilità.

Un valido supporto alla persona è offerto da associazioni no-profit (Exit International in tal caso) che gestiscono le cliniche e si occupano di tutta la parte burocratica e tecnica (dalla prenotazione di hotel e mezzi di trasporto all’acquisto dei medicinali).

l medicinali utilizzati sono: un antiemetico per ridurre la nausea e il pentobarbital che porterà all’arresto cardiaco. Per garantire il decesso, è diluita una dose del farmaco 4 volte più alta di quella letale. A far si che il barbiturico entrasse in circolo è stato lo stesso Goodall.

Il dibattito

L’esigenza di raccontarvi questa storia ha dovuto fare i conti con l’inevitabile posizione di chi scrive; abbiamo provato a narrarvi la pura cronaca dei fatti ma vi presentiamo ora spunti di riflessione che possano aiutarci a confrontarci, anticipando tuttavia che la scarsa quantità di informazioni tecniche e che l’enorme dibattito che la vicenda apre hanno fatto sì che ci lasciassimo andare a considerazioni personali senza le quali non saremmo riusciti a scrivere, tentiamo tuttavia di aprire una discussione il quanto meno possibile orientata.

La Repubblica lo scorso 30 aprile ha titolato così la notizia: “Non è malato ma vuole morire”, bypassando il concetto presunto da La Repubblica secondo cui la malattia giustificherebbe una scelta di questo tipo il nostro occhio cade sulla congiunzione avversativa, ed ecco che il fatto di non essere malati – almeno apparentemente e almeno da quello che le notizie hanno fatto intendere – diventa il centro portante di questa storia borderline. La speculazione filosofica da poter fare a riguardo è ampia e ce ne scusiamo in anticipo:

  • Cosa fa di un uomo un malato?

La malattia banalmente. E più banalmente i dati, le analisi, le immagini, i test che confermano e dimostrano quella malattia. Per una grossa fetta di patologie poi sono le “osservazioni cliniche” a fare diagnosi, è il caso della depressione per esempio.

David Goodall pare non fosse affetto da nessuna patologia eppure le nostre domande sono: è sempre patologico il desiderio di morire? Il fatto di essere nati ci obbliga ad un istinto che è tra tutti il più naturale, la sopravvivenza. Quando per una ragione o per un’altra si depongono le armi dinanzi alla più arcaica delle lotte qualcosa si è presumibilmente rotto, oppure al contrario qualcosa ha perfettamente funzionato e il normale ciclo della vita, che i più sofisti riconducono a lotta continua tra Eros e Tanatos, ha fatto il suo corso?

Dobbiamo sempre pensare a uno stato depressivo di fondo difronte a una richiesta di porre fine alla propria vita oppure le va riconosciuto il merito di essere la più lucida e coerente delle scelte dopo una lunga vita vissuta con passione?

  • Cosa fa di un medico un medico deontologicamente corretto?

Il Giuramento di Ippocrate recita:

Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio”, riformulato nella versione più moderna “Giuro di non compiere mai atti idonei a provocare deliberatamente

Accanto al Giuramento di Ippocrate in Italia anche il Codice di Deontologia Medica sottolinea:

Art. 17 Il medico, anche su richiesta del paziente, non deve effettuare né favorire atti finalizzati a provocarne la morte.

Dunque attenersi alle regole sarebbe la risposta più precisa, meglio ancora seguire il Giuramento di Ippocrate che d’altronde è sempre stata la risposta nel passato. Ancora oggi qualche paternalistico professionista risponderebbe così infatti, eppure c’è da ammettere che le cose sono cambiate e i tempi ci costringono a confrontarci con realtà sempre più rivoluzionarie, con conoscenze ed esigenze nuove, e perché no con diritti diversi da quelli del passato.

Se però, a parte nei salotti più o meno intellettuali, è proprio l’ambiente medico-sanitario uno dei contesti in cui questi temi scaldano e dividono di più, o il cambiamento non è stato ancora avvertito o questo confronto nuovo e progressista non sta trovando terreno fertile, e quest’ultima ipotesi è a parere di chi scrive allarmante.

Non a caso anche a ridosso della nuova legge per le Disposizioni Anticipate di Trattamento approvata in Italia il primo punto di discussione è stata l’obiezione (possibile o no?) da parte dei medici.

Davanti a un caso come quello di David Goodall i medici che hanno operato al fine di rendere eseguibile la procedura sono stati “deontologicamente corretti”? Lo sarebbero stati di più se David fosse stato un malato terminale? O lo sarebbero stati di meno se invece che 104 ne avesse avuti 75?

L’eredità di David Goodall

Questa storia ci lascia sicuramente tante domande, prima di tutto. Probabilmente domande che vanno ben oltre l’etica medica ma diventano oggetto di interesse dell’etica comune. Non ci sono risposte giuste o sbagliate essendo intrinseco nel concetto di etica l’impossibile oggettiva discriminazione tra bene e male ed essendone invece chiave di lettura il “bene e male secondo ciascuno”. Speriamo però di avervi fatto riflettere e aver fatto nascere in voi interrogativi con cui è bene sempre confrontarsi, anche a rischio di rimanere irrisolti.

Articolo scritto in collaborazione con Antonella Moschillo

FONTI | Immagine in evidenza, articolo del corriere 1, articolo del corriere 2, codice di deontologia medica