Disease X: che cos’è e perché ne sentiremo parlare

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È il 2018 e per la prima volta l’Organizzazione Mondiale della Sanità inserisce nella lista delle proprie priorità il “disease X“, una malattia causata da un agente che ancora non è conosciuto per provocare malattie: una malattia in potenza. Se è vero che la medicina evolve attraversando crisi e fallimenti, il segnale lanciato dall’OMS è spia di una pericolosa inadeguatezza. Da dove deriva tutta questa urgenza?

La lista

Nel Febbraio 2018, come di consueto da pochi anni a questa parte, esperti dal mondo della cura si riuniscono nelle sedi dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) per stilare una lista dei più importanti rischi infettivi per la salute pubblica.

Il criterio usato per discriminare è presto detto: finiscono in cima alla lista le malattie infettive con il più alto rischio di esplodere in epidemie quelle contro cui non sono ancora presenti adeguati mezzi di prevenzione e trattamento.

Per rendere l’idea dell’impatto dei componenti di questa lista basti pensare che l’OMS stima che managing, terapia, e prevenzione di ogni singolo agente patogeno necessiti di 1,17 miliardi di dollari. Sono cifre da capogiro perfino in ambito sanitario, tanto che nel documento gli autori auspicano la nascita di nuovi modelli di finanziamento.

Sanità, salute e finanze sono legate da lacci sempre più forti, tant’è vero che la medicina si affida anche ai fondi immensi di filantropi come Bill Gates per cercare di progredire a passi più spediti.

Il nome del documento che contiene la lista è R&D Blueprint, dove è contenuta in realtà tutta la strategia dell’organizzazione.

La necessità di avere sottomano un documento che potesse scandire e rendere intellegibile i bisogni dell’OMS nasce nel 2014, sotto i segno tetri dell’epidemia di Ebola in Africa. Lo scoppio fulmineo dell’epidemia aveva scosso le lentezze millenarie delle grosse organizzazioni di sanità pubblica.

Era chiaro agli occhi di tutti che non si poteva più soprassedere alla velocità, prediligendo risposte formalmente perfette e perfettamente intempestive. Ecco perché un documento per tracciare i percorsi diagnostici e indirizzare la ricerca di farmaci ad ampio spettro e vaccini, e possibilmente in anticipo.

A dispetto del pensiero comune, la condivisione di dati sanitari ad un livello globale non è affatto una pratica acquisita. Nonostante i big data siano un campo in perpetua esplosione, in campo medico ancora si arranca per avere dati adeguati di provenienza globale. Alla base, naturalmente, ci sono le più svariate condizioni sociali, politiche, economiche dei vari paesi.

Anche per questo, per fare ordine, l’OMS nel Blueprint ha stabilito una rete di 12 laboratori regionali incaricati di raccogliere campioni delle patologie prioritarie e redigere quindi controlli e nuovi test diagnostici in prospettiva di future epidemie.

La prima lista di questi patogeni prioritari è del 2015, ed ancora non appariva nessun “disease X“, nessuna malattia X.

Disease X

Il nome, così facilmente sensazionalistico, in realtà è molto ragionato. La “X” sottolinea come si parli di una malattia ancora incognita, sconosciuta. Una forma morbosa, insomma, causata da un agente patogeno che al momento non è noto per causare malattie, oppure che è noto ma che da tempo non si fa vivo (come Ebola, per esempio).

Assieme alla malattia X, quest’anno, sfilavano la febbre emorragica della Crimea-Congo, Ebola, la febbre emorragica di Marburg, la febbre di Lassa, i coronavirus respiratori del Medio-Oriente, la SARS, le epidemia da virus Nipah , la febbre della Rift Valley, Zika.

La lista, sottolineano gli autori, non è esaustiva ne tantomeno ha la pretesa di predire la prossima pandemia.

Le ipotesi

Si sprecano le ipotesi riguardo al disease X. I media mainstream, sempre sul pezzo quando si parla di attualizzare concetti scientifici nel più banale dei modi, hanno suggerito che potrebbe (anzi, potrà) trattarsi di un’arma biologica della Siria o della Nord Corea. La triste realtà dei nostri giorni ci mostra che, per il momento, la brutalità delle armi biologiche e chimiche non contempla nessun guizzo inventivo o di fantasia, ma ripiega su atrocità note.

Gli esperti si trovano d’accordo nella natura di zoonosi di questa futura malattia. Una malattia che salta da una specie all’altra, dall’animale all’uomo, e di cui non percepiamo che la presenza in lontananza. Probabilmente, aggiungono, si tratterà di una forma virale. Dalla Johns Hopkins University Center for Health Security c’è chi si spinge pure oltre: un virus respiratorio, probabilmente.

E riecheggiano gli echi di paura e inadeguatezza di fronte all’outbreak di SARS del 2002-2004.

L’inadeguatezza

Abbiamo imparato la lezione, dopo Zika ed Ebola: non si può che rispondere immediatamente con risorse e leadership se si vogliono gestire adeguatamente queste epidemie.

La comparsa di Ebola in Africa occidentale ha lasciato sul suo percorso 11.310 morti e almeno 28.616 casi sospetti in tutto il mondo. Non c’erano vaccini ne trattamenti. La medicina si appendeva disperatamente a quei pochi test diagnostici in suo possesso e all’esperienza di staff ospedalieri senza un training specifico. Un’emergenza di sanità pubblica vestita da fallimento della sanità pubblica.

Le critiche piovute sull’operato dell’OMS a causa della sua tarda risposta e disorganizzazione non hanno reso migliore di molto la risposta allo scoppio dell’epidemia di Zika nel 2016.

Come ci si prepara a un evento del genere? La biologia innanzitutto.

Come ci insegna già la storia della ricerca del trattamento per i tumori, la comprensione dei meccanismi biologici è fondamentale per rispondere adeguatamente a simili momenti di crisi. Bisogna capire, in particolare, come i patogeni si muovono dagli animali agli umani.

Non si può più permettere lassismo nella ricerca di una diagnosi o nella tempestività degli interventi: i pazienti non sono gli unici a non essere felici con diagnosi non specifiche. E se l’OMS si auspica una maggiore aggressività al momento della diagnosi ed un più immediato contatto con le autorità sanitarie, non lesina giuste pretese sul versante dei trattamenti: c’è urgenza di un più ampio spettro di antivirali.

E poi, naturalmente, ci sarebbe anche da rinforzare i vari sistemi sanitari locali. Ma per questo ci vuole tempo, e nessuno sa quanto dovremo aspettare la prossima crisi epidemica: potrebbe essere molto, come davvero poco.

Fonte| Articolo BMJ; R&D Blueprint