Sergio Pillon

Cos’è la Digital Health?

a cura di Vincenzo Marra, Co-Fondatore DigitalUHealth

Vincenzo MarraL’espressione può sembrare piuttosto moderna, poco conosciuta e in effetti l’exploit della sua diffusione è avvenuto negli ultimi anni, principalmente grazie a Paul Sonnier, ma in realtà non è un concetto così nuovo. Infatti già nel 2000 Seth Frank ha scritto un articolo intitolato “Digital Health Care – The convergence of health care and the Internet” sul Journal of Ambulatory Care Management.

Oggi la tecnologia sta rapidamente trasformando l’assistenza sanitaria. La distruzione creativa della medicina di Eric Topol evidenzia come queste tecnologie digitali, social networking, connettività mobile e banda larga, la crescente potenza di calcolo e l’universo dei dati convergeranno con sensori wireless, genomica, imaging e sistemi di informazione sanitaria per attuare una distruzione creativa della medicina come la conosciamo.

Si parla infatti anche di digital medicine ma ovviamente non è un concetto sovrapponibile con digital health, in quanto il termine salute ha sempre avuto un’accezione più ampia di medicina, e lo stesso vale per la salute digitale, che si pone all’intersezione tra sanità e tecnologia, e non solo in medicina, ma in tutta l’assistenza sanitaria, compresi il benessere e l’amministrazione. Da quest’ultimo punto si intuisce quindi che lo stesso vale per la sanità digitale (il cui corrispettivo inglese, ovvero digital healthcare, non è così frequente), espressione molto usata in Italia tanto da essere regolamentata e comparire sul sito dell’Agenzia per l’Italia digitale, Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Appare immediatamente chiaro come la digital health riguardi un’area scientifica (e non solo) in costante divenire, perciò fornire una definizione univoca e granitica si rivela un compito piuttosto arduo.

La cosa migliore da fare è vedere come effettivamente i maggiori esperti mondiali di digital health definiscono questo settore, studio che faremo dettagliatamente negli approfondimenti avvenire.

Fonte: http://www.payingforhealth.com

Il digitale in medicina a chi serve? E se fatto male? Mi tengo la penna e la carta, grazie lo stesso.

a cura del Prof. Sergio Pillon, Coordinatore nella Commissione Tecnica Paritetica della Conferenza Stato-Regioni per lo sviluppo della telemedicina nazionale

Sergio PillonHa molti anni uno dei “motti” delle aziende e lanciato Google “work the way you live”, lavora come vivi. Il corollario è BYOD, “bring  your own device” .  Sappiamo bene come molti di noi (quasi tutti noi) usano lo smartphone, e non più solo il telefono, per lavorare, usiamo anche un PC fisso, e non solo come macchina da scrivere. Questo non sempre è comodo, non sempre è “legale”, non sempre la privacy viene tutelata, ad esempio attraverso l’uso dei vari sistemi di messaging, ma è un qualcosa a cui difficilmente possiamo opporci. Noi medici non possiamo più fare a meno di utilizzare la Rete nell’attività quotidiana. Alzi la mano chi ancora utilizza il prontuario cartaceo per ricercare un farmaco che non conosce o chi di noi non ha mai ricercato su Google, mentre il paziente ci spiegava una sindrome dal nome sconosciuto che gli avevano appena diagnosticato. Ovvio, oggi abbiamo le “information at our fingertip”, come prometteva Bill Gates ai tempi d’oro… ed allora perché possiamo comprare su Amazon con un click, fare un bonifico in pochi secondi e non possiamo fare in modo che un piano terapeutico inserito nel sito dall’AIFA possa automaticamente essere inserito nel sito della Regione? Perché una ricetta elettronica deve essere stampata e per di più con una stampante laser (molte di quelle a getto d’inchiostro non hanno una definizione sufficiente) che deve supportare i fogli A5 ma anche essere impostata da un tecnico per poter stampare sulla ricetta regionale, che in molte regioni ha dimensioni proprietarie? E se le stampanti laser sono di rete come inseriamo il ricettario regionale?

Un interessantissimo articolo su JAMA parla di quanto sia critico il benessere del medico per un sistema di cura efficace, efficiente ed appropriato e propone una “carta per il benessere del medico”.[1] , il sommario dell’articolo: “I medici che stanno bene possono servire meglio i loro pazienti. Il lavoro “importante”, le forti relazioni con i pazienti, le strutture positive del gruppo e le connessioni sociali sul lavoro sono fattori importanti per il benessere del medico. Sebbene le prove a sostegno di alcune delle raccomandazioni contenute in questa carta stiano ancora emergendo, le organizzazioni mediche, i gruppi normativi e i singoli medici condividono la responsabilità di sostenere queste esigenze. La Carta per il Benessere del Medico ha lo scopo di ispirare gli sforzi di collaborazione tra individui, organizzazioni, sistemi sanitari e la professione di medicina per onorare l’impegno collettivo dei medici nei confronti dei pazienti e tra loro.”

Siamo d’accordo? Uno dei maggiori ostacoli al benessere del medico è la burocrazia sanitaria, in costante crescita. Ed allora quali sono gli strumenti del terzo millennio per portare avanti queste esigenze? Per ridurre il carico burocratico, semplificare il rapporto con il paziente, semplificare il processo di diagnosi e cura, fare gruppo, migliorare le connessioni sociali, in sintesi: fare ben e con soddisfazione il nostro lavoro. Uno, il solito, quello di cui parlavamo all’inizio: un digitale ben guidato, quello che rende la vita più semplice per il medico, per il paziente, per le aziende sanitarie.

La forza (del digitale) scorre potente nel sistema sanitario ma ha un lato oscuro: si rischia di perdere di vista il paziente, il medico e lo scopo della nostra professione. E purtroppo fino ad oggi il lato oscuro ha vinto molte volte, nei software sanitari incomprensibili, nei portali di prenotazione inaccessibili dagli smartphone, nei software costosi e antichi, nella stupida burocrazia. Cari burocrati, vi sembra logico che per usare un sistema di prenotazione dei pazienti in intramoenia serva un corso di formazione? O che per prescrivere un NAO (Nuovo Anticoagulante Orale), cioè fare un piano terapeutico, inserirlo nel sistema regionale, fare due ricette e certificato di malattia, ci voglia il doppio del tempo che serve per fare la visita ed un eco color doppler? Se fosse necessario un corso per acquistare su Amazon, Bezos sarebbe in bancarotta. Anche per questo abbiamo scritto le linee di indirizzo nazionali per la Telemedicina, ora non ci resta che sperare che nelle Regioni le leggano invece di limitarsi a citare il primo capitolo nelle delibere!