L’aborto nel 2018: giro del mondo in 1500 parole.

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Nell’ultimo periodo si è risollevato globalmente un ampio dibattito sulla libertà all’aborto: i mega-cartelloni per le strade di Roma, le manifestazioni in Argentina, le nuove leggi negli Usa e l’imminente referendum in Irlanda sono solo la punta dell’iceberg.

Facciamo un passo indietro e analizziamo la realtà aborto nel mondo.

L’aborto volontario, definito dall’OMS come “estrazione dall’organismo materno di un embrione o di un feto che pesi 500 grammi o meno, non maturo e non vitale, con lunghezza cefalo-podice di 25 cm“, ha una regolamentazione piuttosto eterogenea a livello internazionale.

L’analisi condotta dal Pew Research Center su 196 paesi con dati del 2013 dalle Nazioni Unite, illustra come in sei Stati non sia possibile abortire per alcuna ragione: Cile, Repubblica dominicana, Nicaragua, Vaticano, Malta, El Salvador.

In quasi cento Paesi (soprattutto in Africa, Sud America e Medio Oriente, ma anche in Regno Unito e Irlanda) invece, interrompere la gravidanza è illegale in caso di stupro. Un quarto dei Paesi (50 Stati) permettono l’aborto solo per salvare la vita della madre, mentre 82 Stati (42%) allargano le motivazioni alla tutela della salute fisica e mentale della donna, in caso di stupro o incesto, per problemi del feto o motivazioni economiche.

Solo tre Paesi su dieci (58) permettono di abortire su richiesta per ogni ragione, anche se in molti di questi Stati la donna non può interrompere la gravidanza superate un certo numero di settimane (per esempio venti settimane). L’Irlanda è l’unico Paese europeo con un divieto costituzionale di aborto tranne per i casi in cui si deve salvare la vita della madre; donne che ricorrono ad aborti illegali rischiano fino a 14 anni di prigione.

Ma vietare l’aborto è davvero il modo migliore di proteggere la vita? Nel mondo, oggi, ricordano le Nazioni unite, l’8 per cento delle donne muore per aborti clandestini ogni anno. Secondo l’ultimo rapporto del Guttmacher Institute, una delle principali organizzazioni di ricerca e politica impegnata a promuovere la salute, i diritti sessuali e riproduttivi nel mondo, gli aborti sono più sicuri e in minor numero nei paesi che consentono l’IVG.

Andiamo ora ad analizzare le realtà teatro di aperto dibattito.

Argentina

Il 21 maggio migliaia di persone sono scese in piazza davanti al palazzo del Congresso a Buenos Aires e in circa 100 città di tutto il paese, in una nuova “marcia per la vita” contro il disegno di legge che propone la legalizzazione dell’aborto, attualmente in discussione alla Camera dei deputati argentina.

Aborto legal, para no morir”

Che l’aborto sia legale, per non morire- questo lo slogan del movimento per la libertà all’aborto. Ogni anno 522 mila donne argentine compiono aborti clandestini, di cui almeno 49 mila finiscono in ospedale per i metodi poco sicuri utilizzati durante l’operazione.

Ad oggi si può mettere fine a una gravidanza solo in tre casi: dopo una violenza, se la vita della madre è a rischio, se il feto non è sano, pur dovendo attendere la decisione della Corte, con l’approvazione del giudice, che può rallentare la procedura a suo piacimento. La riforma recentemente presentata permetterebbe alle donne argentine di mettere fine alla gravidanza nelle prime 14 settimane.

Irlanda

In Irlanda, l’ottavo emendamento della Costituzione equipara il diritto alla vita del nascituro al diritto alla vita della madre rendendo di fatto illegale l’aborto in quasi tutte le circostanze. Nel paese l’interruzione di gravidanza non è consentita in caso di stupro o incesto e nemmeno quando c’è un’anomalia fetale. Il divieto di aborto è stato istituito nel 1983: solo nel 2013 è stato reso possibile nei casi in cui sia a rischio la vita della donna. Questo comporta criticità importanti.

Claire Desol Cullen alla sua terza gravidanza scopre che il feto è affetto dalla sindrome di Patau, incompatibile con la vita, e chiede di partorire subito. I medici però si rifiutano in base all’VIII emendamento perchè il parto sarebbe stato un aborto. Incapace di viaggiare Claire ha dovuto portare in grembo la piccola Alex per altre 6 settimane fino alla morte, soffrendo di ricorrenti attacchi di panico.

In media ogni giorno 10 donne irlandesi viaggiano da sole su traghetti verso l’Inghilterra per ottenere l’aborto. Nel loro paese rischiano una pena detentiva di 14 anni se assumono pillole per abortire, sicure ma illegali, acquistate via internet.

L’Irlanda, considerata fino a pochi anni fa il paese più conservatore dell’Europa occidentale, è stato il primo paese a legalizzare con un referendum il matrimonio fra persone dello stesso sesso nel 2015. Riuscirà a confermare questa nuova apertura mentale anche in tema di aborto al referendum in agenda per questo 25 maggio?

Stati Uniti

Negli States il programma nazionale Title X, varato nel 1970 da Nixon per garantire i servizi di pianificazione familiare alle famiglie a basso reddito, si è rivelato incredibilmente efficace. Solo nel 2015 sono state evitate più di 800.000 gravidanze indesiderate ed i problemi a queste correlati. Il tutto a meno di 300 milioni di dollari all’anno: secondo i calcoli del Guttmacher Institute, si tratta di almeno 278 mila aborti in meno, con un risparmio netto di sette dollari per ogni dollaro speso.

Trump però intende ora tagliare i fondi federali garantiti dal fondo Title X alle cliniche che praticano l’interruzione di gravidanza e che forniscono consulenza alle pazienti. Tra tutte, il provvedimento penalizzerà maggiormente l’organizzazione no profit Planned Parenthood, che fornisce tali servizi agli indigenti grazie a finanziamenti intorno ai 50 milioni di dollari all’anno attraverso il programma Title X.

Nel frattempo, nello stato dell’Iowa, la governatrice repubblicana Kim Reynolds ha firmato una legge che vieta l’aborto dopo le sei settimane di gravidanza. Già nel dicembre ’17, una legge aveva proibito che l’aborto venisse eseguito se la decisione della donna fosse data dalla convinzione che il feto fosse affetto da Sindrome di Down.

Tale legge pone i medici in una posizione delicata nel discutere con la donna delle opzioni per una riproduzione consapevole, rischiando di scoraggiare una comunicazione aperta ed onesta e di allontanare le gestanti dal sistema sanitario, esponendo la loro salute a rischio.

Per ribadire l’importanza ed i diritti dei diversamente abili la strada non dovrebbe essere quella del proibizionismo, bensì la messa in atto di manovre che garantiscano scelte autonome, servizi efficienti, educazione sociale e la costruzione di un ambiente che sappia cogliere la ricchezza della diversità.

Italia

Il 22 maggio di quarant’anni fa fu approvata, per poi venire definitivamente confermata dal fallimento del referendum abrogativo del 1981, la legge 194/78: questa depenalizza e disciplina le modalità di accesso all’aborto, considerato fino a quel momento un reato penale.

Da allora, entro i primi 90 giorni di gestazione, qualsiasi donna può richiedere l’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) per motivi di salute, economici, sociali o familiari.

In occasione del quarantennale della legge compaiono ben due volte, nelle strade di Roma, maxi cartelloni provocatori in contrasto con le prescrizioni previste al comma 2 dell’art. 12bis del Regolamento in materia di Pubbliche affissioni di Roma Capitale, che vieta espressamente esposizioni pubblicitarie dal contenuto lesivo del rispetto di diritti e libertà individuali.

Contemporaneamente in Parlamento viene presentata la “Relazione del ministro della Salute sull’attuazione della Legge 194/78 per la tutela sociale della maternità e per l’interruzione volontaria di gravidanza” dalla quale si evincono importanti considerazioni: l’aborto non è mai diventato un mezzo di controllo delle nascite, nonostante gli importanti cambiamenti generazionali avvenuti.

Il tasso di donne in età fertile che accedono al servizio è di 6,5 ogni mille, contro la media di 37 degli altri paesi con eguale disciplinazione. Il numero degli aborti peraltro è nettamente in calo: nel 2016 gli interventi sono stati 84.926, contro i 234.801 del 1982, con un -3% rispetto al 2015.

Di contro, il ricorso alle pillole contraccettive (cioè che funzionano soltanto se non è ancora avvenuta la fecondazione), dette del “giorno dopo” (Norlevo) e “dei 5 giorni dopo“(Ulipristal), eliminato l’obbligo di ricetta per le maggiorenni, è cresciuto in due anni del 42%: nel 2017, 70 mila donne in più hanno fatto ricorso alla contraccezione d’emergenza. Peccato dunque che la contraccezione di emergenza non sia stata inserita nell’elenco dei farmaci indispensabili da tenere sempre in farmacia nell’aggiornamento della Farmacopea Ufficiale, realizzato dal tavolo tecnico istituito dal Ministro Beatrice Lorenzin.

Cosa ben diversa è la Ru486, che invece è una pillola abortiva, somministrata entro la settima settimana di gravidanza esclusivamente nelle strutture sanitarie, al contrario di quanto avviene in Francia, Finlandia e Portogallo dove viene prescritta dal medico di base. Questa viene utilizzata nel nostro paese solo nel 15% dei casi di aborto contro il circa 100% dei casi della Finlandia, 90 della Svezia e 65% del regno unito.

Preoccupante inoltre il numero di ginecologi obiettori di coscienza: ben il 70,9% contro il 58% del 2005 ed il 48.8% dei colleghi anestesisti, il 10% dei ginecologi inglesi, il 7% di quelli francesi e lo 0% degli svedesi. In merito, la Lorenzin parla però di una “copertura adeguata, tranne che in Campania e P.A. Bolzano”.

In questo contesto appaiono preziose le 4 proposte avanzate dall’Associazione Luca Coscioni, Aied e Associazione Amica per potenziare la pianificazione familiare nel nostro paese: regolamentare l’obiezione di coscienza, favorire l’utilizzo della pillola abortiva ed il regime di day hospital (già adottato da Emilia Romagna, Toscana e Lazio) risparmiando fino a 10 miliardi da utilizzare per potenziare la contraccezione ed i consultori.

Per gli uomini di scienza è importante affermare il diritto alla libertà di scelta, nonché garantire la salute fisica e mentale di ogni singolo individuo.

Agli uomini di fede, il Presidente AGITE Sandro Viglino ricorda che nella lettera apostolica “Misericordia et misera” il Pontefice ha affermato: “Vorrei ribadire con tutte le mie forze che l’aborto è un grave peccato. Con altrettanta forza, tuttavia, posso e devo affermare che non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere e distruggere quando trova un cuore pentito… A tutti è offerta la possibilità di sperimentare la forza liberatrice del perdono”.

Fonti e approfondimenti| Pew Research; Euronews: La battaglia d’Irlanda; Left: Argentina e IVG legale; Il Post: Referendum in Irlanda; Associazione Luca Coscioni; Rolling Stones: La strategia di Trump; JAMAAGI: Come è cambiato l’IVG in Italia in questi 40 anni di legge 194;La repubblica: la 194 compie quarant’anniWired: Dati IVG in Italia