Quando chi deve curare si uccide

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C’è un’epidemia nascosta e alla quale non si vuole porre attenzione, in parte per negazione, in parte per paura. Se sei un medico hai il doppio del rischio di morire per tua mano. Se sei una dottoressa il rischio è 4 volte maggiore. In America, dove sono più attenti alle statistiche, muoiono suicidi circa 400 medici l’anno.

I medici si uccidono più di altre categorie professionali e accade più frequentemente tra i giovani. Questo è terribile e pare non interessare a nessuno. Perché oggi essere un medico è visto da chi non lo è come un privilegio e non stento a crederlo.

In una realtà di disoccupazione giovanile, di nichilismo e di ignoranza più o meno endemica, essere giovani ed essere medici deve necessariamente apparire fantastico. Avere più o meno un lavoro stabile (o averne quantomeno la prospettiva), avere più o meno un ruolo nella società, fare il lavoro scelto sembrano essere tutte prerogative del medico più che di chiunque altro. Poco importa se a conti fatti prendi molto meno di altri impieghi, non hai grande tempo libero, lavori sotto lo schiaffo di minacce fisiche e giuridiche perchè il confronto che ti viene proposto è con i “medici di una volta”. Quella categoria fantastica che era benvoluta, stacanovista, perfetta  ma anche spesso intoccabile, spocchiosa, interessata.

La professione medica ha subito profondi cambiamenti senza, tuttavia, che questi venissero metabolizzati in maniera corretta dalla popolazione generale. La medicina è diventata tecnica, burocratica, tecnologica, impersonale, protocollare e fredda, molto diversa insomma da quello che le serie tv mostrano e che l’opinione pubblica si aspetta. Agli occhi della gente, fare il medico è una cosa difficile e dura ma che paga in termini economici e di rispetto. Ovviamente, la realtà è molto diversa. Ma ogni remora va detta sottovoce altrimenti la generazione che si lamenta diventa subito “choosy” e “bambocciona”.

Le aspettative tradite, i turni massacranti, lo stipendio dignitoso in valore assoluto ma incredibilmente deludente se si calcola il netto per ora, la competitività in un ambiente che necessita il gioco di squadra, la diffidenza dei pazienti, la sensazione di essere sempre in mano di “poteri più forti”: questi sono alcuni tra gli elementi che portano un giovane medico a odiare il proprio lavoro.

Nel migliore dei casi si riesce a stringere i denti ed andare avanti. Ma bisogna ricordare che nella formazione di un medico, sono molti i meta-messaggi e le pressioni che spingono il professionista ad identificarsi con la professione. L’investimento in termini di soldi e tempo, di studio e dedizione a volte, anche sotto la spinta di colleghi e professori, portano patologicamente all’essere completamente embricati con la propria professione. Allora il fallimento delle aspettative professionali diventa il fallimento di una vita. L’impatto tra il sognare la professione e farla routinariamente è devastante e arriva dopo anni di studio a ritmi serratissimi e ansie non indifferenti. Dopo aver superato due test durissimi. Dopo aver visto i propri amici coetanei laurearsi.

Il suicidio è sicuramente una soluzione eccessivamente drastica che riflette motivi personali che spesso vanno oltre la pressione professionale. Tuttavia l’evidenza che nei medici l’incidenza di suicidio sia maggiore rispetto alla popolazione generale, mostra che c’è qualcosa che non va nei sistemi sanitari. Non c’è un’adeguata rete sociale e il problema non è sentito trasversalmente nella popolazione, neanche all’interno della categoria. Anzi, alcuni medici giovani e non etichettano come “debole” chi molla e, forse a denti più stretti, chi si suicida. 

E’ ovvio che un gesto così estremo sia troppo complesso e personale per riferirlo a meri dati isolati evidenziabili in professionisti con elevato stress psicofisico, che raccomandano “regolarità e attenzione” ai pazienti senza riuscire a imporsi uno stile di vita più sostenibile. Ciò che non deve venir meno è sicuramente l’amore verso la professione e, in primis, verso i pazienti e credo che la sensazione di “aiutare” realmente un essere umano con un problema di salute sia il vero pilastro che regge il medico. Tuttavia troppo spesso è la professione a tradire il medico con un sistema che risulta collassare sulle spalle dei professionisti. E ogni tanto qualcuno non ce la fa.

FONTI: articolo scientifico; editoriale BMJ; The Guardian