Quante persone muoiono perchè non ci laviamo le mani?

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Stiamo assistendo ad una rivoluzione della medicina: dalla cura, il focus è ora incentrato sulla prevenzione sia delle patologie infettive che di molte altre.

Puntiamo sempre più a ridurre fattori di rischio ed eseguire campagne di screening al fine di intervenire prima che la patologia sia manifesta ed in quell’arco temporale ove l’intervento medico risulta determinate. Questo perché l’efficacia della prevenzione è di gran lunga superiore ad un intervento terapeutico “tardivo”.

Questo cambiamento, però incontra delle resistenze sia nei pazienti che nei medici. Subentrano, inoltre le complicate dinamiche che si instaurano nel rapporto medico-paziente, in un contesto ove l’invito ad effettuare un atto medico è teso ad un individuo pressocché sano.

Si rischia, infatti, che il paziente subisca la profilassi come soggetto passivo senza che egli ne percepisca un reale giovamento dal trattamento. Il medico esegue procedure di cui non vede un effetto immediato dove il beneficiario del gesto non è sempre immediatamente noto (vedi immunità di gregge).

Nell’ambito della prevenzione si inseriscono diverse tecniche come le più note vaccinazioni, ma anche il lavaggio delle mani. Due tecniche con finalità simili, ovvero la riduzione del numero di infezioni, ma con peculiarità diverse. È lecito supporre che nessun medico si rifiuti di eseguire una vaccinazione né su stesso né sul paziente. Per il lavaggio delle mani invece il discorso è completamente diverso e le criticità sovraesposte si palesano.

Si stima che solo circa il 40% degli operatori sanitari esegue una corretta igiene delle mani. Il lavaggio delle mani è la prima misura nel ridurre le HCAI (Health-care Associeted Infections). Esse risultano essere infezioni estremamente resistenti ai trattamenti antibiotici, diffuse in ambiente ospedaliero (circa il 7% dei soggetti ricoverati contrae queste infezioni), con un’elevata letalità e un aumento cospicuo dei tempi di degenza.

E allora perché vi è una così bassa compliance?

Una ridotta conoscenza della problematica è sicuramente uno degli elementi, ma non basta. La criticità principale è proprio la difficoltà dell’operatore nel verificare l’efficacia del proprio gesto.

In tal senso, è utile ricordare gli effetti degli atti destinati alla prevenzioni non sono sempre oggettivabili nel breve termine da colui che li compie. Lavarsi le mani è, dunque, un atto medico al quale prestare attenzione la medesima attenzione posta in procedure più complesse.

Ciascuno di noi può ben valutare se vale la pena superare l’inerzia di un’abitudine per affermare il frutto di una scelta. La scelta di essere medici, infermieri, chirurghi… uomini di scienza.

Alcuni dati

Nel 2011, l’OMS ha riferito che:

  • Si stima che nei Paesi sviluppati a prescindere dal momento del ricovero il 7% dei pazienti svilupperà almeno un HCAI
  • La letalità media delle HCAI è pari al 10%
  • Stime europee indicano che ogni anno si sviluppano 4,5 milioni di HCAI che determinano circa 16 milioni di degenza ospedaliera extra e si associano a 147.000 morti/anno
  • Negli Stati Uniti si stima che ogni anno 1.7 milioni di pazienti sono colpiti da una HCAI ogni anno, con una prevalenza del 4.5% e con 99.000 morti l’anno
  • Numerosi studi hanno dimostrato come un aumento della compliance nella corretta igiene delle mani produca una riduzione significativa dell’incidenza di HCAI

La corretta igiene delle mani è una procedura che segue un protocollo rigido: un lavaggio con gel idroalcolico richiede dai 20 ai 30 secondi con una sequenza di movimenti ben definita necessaria a sterilizzare porzioni ad alta carica batterica (spazi interdigitali, pollice e spazi subungueli).

L’igiene delle mani deve essere eseguita in 5 momenti fondamentali:

  • Prima del contatto con il paziente
  • Prima di una manovra asettica
  • Dopo potenziale contatto con liquidi biologici
  • Dopo il contatto con il paziente
  • Dopo il contatto con ciò che circonda un paziente degente

 

Gabriele Maliandi

Fonti | (1) Report on the endemic burden of healthcare-associated infection worldwide. Geneva: World Health Organization; 2011 (http://apps.who.int/iris/bitstre am/10665/80135/1/9789241501507_eng.pdf, accessed 18 October 2016) (2) www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/20088678