quante stronzate

Una delle cose che mi hanno insegnato in pronto soccorso, e non solo lì, è che tra le varie patologie intercorrenti in un paziente esiste spesso un ordine di urgenza per il trattamento.

Seduto in ambulatorio c’era un signore sulla quarantina. Pizzetto ben curato, il cavallino della Ralph Lauren trotterellava sulla sua polo, gli occhiali da sole appesi al colletto mentre lui mi squadrava con aria scocciata.

Questo ragazzino sbarbato che mi rompe i coglioni, non sembra neanche un medico. Sembrava dire la smorfia sulla sua faccia mentre cercavo di spiegargli che non potevo fargli certificati retrodatati, soprattutto per malattie che io non avevo mai visto… poi per il figlio!

Volevo fargli capire che mi stava chiedendo una cosa illegale, ma molto illegale, che non sarebbe stata la paura di infastidirlo a smuovermi non fosse altro che mi ero appena iscritto all’Ordine dei medici e avrei gradito non farmi espellere così presto. Ma a quanto pare le motivazioni non lo soddisfacevano. 

Era a casa dal lavoro, adesso come fa? Non le ho mica chiesto di uccidere una persona!

Come se sotto l’omicidio la giustizia Italiana chiudesse un occhio e finisse tutto a tarallucci e vino. Tra l’altro continuava a essere particolarmente vago sui motivi della necessità di questo certificato e sulla patologia, liquidando il tutto con un perentorio “ma basta che scriva che non stava bene con la schiena”.

Niente, non c’era verso di farlo uscire dall’ambulatorio. Provai con il fargli pietà:

Guardi, io rischio di andare nelle grane serie capisce?
Non so dove sia stato suo figlio, che abbia fatto, non posso certificare il falso!
In più in quei giorni neanche ero abilitato, ancora!

Ma quando ne avevo avuto bisogno, anni fa, il mio vecchio medico…

Grande classico, la mossa dialettica del “se lui me lo faceva allora tu, che sei un pivello, non dovresti opporti”. Era una questione di principio, con il mio solito poco polso lo invitai a smettere. Era misto tra sorpreso e arrabbiato, sembrava non avesse tenuto conto della possibilità di uscire senza ciò per cui, aveva tenuto a farmelo notare, era stato costretto a prendere un permesso lavorativo.

Si alzò dalla sedia, e senza salutare sibilò: “Quante stronzate”

Tornai a sedere con quel misto di sollievo per la scocciatura uscita dalla stanza e l’amarezza di aver pensato per un secondo di congratularmi con me stesso, rendendomi conto di non aver fatto nulla di particolare. Seguire le regole nelle cose giornaliere piccole, giocar pulito, fare il minimo indispensabile; forse nemmeno io ero poi così perfetto, anzi. Forse le vere stronzate sono la nostra sostanziale incapacità di essere rigorosi con noi stessi mentre spendiamo tempo ed energia per trovare qualcuno a cui affibbiare la colpa di ciò che accade. Stavo andando fuori tema, come mio solito: quell’uomo era stato disonesto e sicuramente io non un eroe, punto.

Riaprii il computer, la frase del paziente, la baraonda su qualsiasi tipo di social delle ultime settimane, tutti esperti di tutto, si è trovato qualcuno che arriva a cui imputare colpe…  non andava via quella sensazione, forse sbagliata, che la diagnosi non sia giusta. Una delle cose che mi hanno insegnato in pronto soccorso, e non solo lì, è che tra le varie patologie intercorrenti in un paziente esiste spesso un ordine di urgenza per il trattamento e tutti noi, al momento, stiamo a litigare su come gestire la dimissione protetta di un paziente che al momento è in coma ipercapnico.

Bah, feci spallucce e allontanai i pensieri tornando a preoccuparmi di Luglio che mi attende al varco con quel maledetto test.