Rifugiati: quando il disturbo mentale diventa contagioso

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Non di soli microorganismi ci contagiamo. Uno studio australiano, pubblicato su The Lancet Public Health, ha riscontrato un’associazione fra i disordini mentali nei migranti rifugiati e la salute mentale dei loro figli. Questi, secondo gli autori, risentono in maniera significativa del disordine post traumatico da stress vissuto dai loro parenti più stretti. Anche la mente, insomma, è sensibile e da proteggere come un qualsiasi altro organo.

I presupposti

E’ difficile non ricordare i numeri che giustificano un’indagine simile. Non si tratta d’un esercizio di stile epidemiologico: secondo l’Alta Commissione per i rifugiati delle Nazioni Unite, sono 22,55 milioni i rifugiati sparsi in tutto il mondo.

Sempre secondo le Nazioni Unite, dopo la prima impennata degli anni Ottanta e Novanta, quando il numero complessivo di migranti internazionali sfiorava i 175 milioni, è seguito un altro picco nei primi anni 2000. E dal 2010, quando la cifra si aggirava attorno ai 222 milioni, si è giunti poi a contare 244 milioni di migranti nel 2015, in un trend che non pare arrestarsi né tantomeno diminuire.

Davanti ad un fenomeno così complesso e frastagliato, sempre all’ordine del giorno, le ricerche epidemiologiche non sono un valore aggiunto quanto uno strumento necessario.

Il problema

La letteratura scientifica, ormai, straborda di evidenze riguardo l’aumentata prevalenza di disordini mentali nella popolazione dei rifugiati: si parla di depressione, ansietà, disturbo post traumatico da stress PTSD. E i bambini e gli adolescenti, che da soli compongono più della metà di tutta la popolazione dei rifugiati, hanno una prevalenza più alta di questi disordini dei rispettivi coetanei non rifugiati.

Le causa, manco a dirlo, sono inerenti alle condizioni sperimentate: dalla detenzione all’esperienza della guerra, ai cosiddetti “stressori” post-migrazione come, per esempio, difficoltà di inserimento nel nuovo ambiente culturale.

Ad un vissuto così violento, si aggiunge poi un fattore più subdolo: i genitori, i caregivers. E qui si concentra la novità dello studio.

Esistevano infatti già studi precedenti a riguardo, in particolare una sorprendente meta-analisi di 32 studi che ha comprovato un relazione tra lo stato della salute mentale dei sopravissuti all’Olocausto e i problemi psicologici dei loro figli. Ma ancora non si era indagato nella popolazione rifugiata.

Chi e Dove

Sono 394 i caregivers che hanno contribuito a creare il serbatoio di dati dello studio, di cui la maggior parte donne. La provenienza era varia, ma in predominanza i soggetti erano originari dell’Afghanistan o dell’Iraq (80%), o di paesi come il Bhutan, l’Iran, la Libia, la Siria e l’Egitto.

Dei 639 bambini valutati tramite score appositi, quasi un bambino su 10 ha ottenuto un punteggio che denotava difficoltà psicologiche.

Dal trauma al gene

Nonostante l’analisi non consenta di trarre una conclusione causale, esiste sicuramente un’associazione fra il PTSD dei genitori e un’asprezza, rigidità –come la definiscono gi autori- che nuoce alla salute mentale dei bambini.

Sono sia gli eventi passati che gli stressori post-migrazione, quindi una miscela tossica di presente e passato, a ledere l’equilibrio psicologico nei figli.

Insomma, non solo le bombe, ma anche le difficoltà finanziarie, legali, familiari, l’impiego: tutto questo ha ripercussioni nel microcosmo mentale dell’adulto, e quindi del figlio.

Interessante, fanno notare gli autori, che il binario è a doppia corsia: anche i bambini influenzano la salute mentale dei genitori, ridisegnandone i contorni dello stato di salute mentale; questo è vero soprattutto tra la madre e i figli.

I meccanismi alla base di questo “contagio”, di questo impalpabile trasferimento di disordine mentale, sono vari. Sicuramente, sottolineano gli autori, nei genitori con PTSD la disforia (per intendersi, il polo opposto all’euforia) e il rifiuto possono intaccare l’integrità mentale del bambino. D’altro canto, i figli di genitori non affetti da PTSD, ma che risultano ascrivibili all’interno di altre condizioni di disagio, sono più esposti a difficoltà in ambito emozionale.

E non sono solo i comportamenti iper-protettivi, o un ambiente familiare saturato dall’ansietà che condizionano negativamente l’approccio verso il mondo del bambino in crescita; esistono infatti anche dei cambiamenti epigenetici sottostanti e determinanti.

In particolare, ci sono evidenza che suggeriscono che un genitore affetto da PTSD può subire l’alterazione nella metilazione di un gene che codifica per un recettore di glucocorticoidi nella prole, spiegando così quel canale intergenerazionale che lega genitori e il rischio di problemi della salute mentale nei figli.

Tirando le fila

La salute delle famiglie rifugiate andrebbe valutata nel modo più ampio possibile. Non è solo di ospedali e accesso alle cure che si abbisogna, ma della capacità di offrire opportunità di partecipazione sociale ed economica. E soprattutto, a fronte delle evidenze raccolte, di un maggior ricorso alla ragionevolezza, oltre e sopra ogni stigma e discriminazione.

L’epigenetica non è un gioco: i mali dei genitori possono essere i mali dei figli, affliggendo generazione dopo generazione.

FONTE| articolo TheLancet

Davide Dionisi
Nato il 5/09/1994, frequento la facoltà di Medicina e Chirurgia all'università Statale di Milano. Sono appassionato tanto di medicina quanto di attualità e tematiche sociali.