Nuove speranze per il trattamento della demenza da malattia dei piccoli vasi

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La ricerca, pubblicata su Science Translational Medicine e condotta presso il Medical Research Council Center for Regenerative Medicine e l’UK Dementia Research Institute dell’Università di Edimburgo, annuncia la scoperta di un potenziale approccio per trattare una delle cause più comuni di demenza persone anziane: la malattia dei piccoli vasi.

Con il progressivo aumento dell’aspettativa di vita media della popolazione generale, le patologie neurologiche e neurodegenerative hanno sempre più un ruolo di primo piano: tra queste, non solo i tristemente famosi Parkinson e Alzheimer ma anche condizioni più “generiche” e comuni come ictus e forme di demenza senile.

Ma vediamo un po’ di numeri…

Ogni anno si verificano in Italia circa 200.000 ictus: questo è la terza causa di morte dopo le malattie cardiovascolari e le neoplasie, causando il 10%-12% di tutti i decessi per anno, rappresentando inoltre la principale causa d’invalidità e la seconda causa di demenza. Il 75% degli ictus colpisce i soggetti di oltre 65 anni.

Per quanto concerne la demenza, ad oggi ne è affetto circa il 5% della popolazione mondiale oltre i 65 anni, addirittura il 30% degli oltre 85.  Il fattore di rischio principale pare dunque essere l’età, seguita dal sesso: le donne parrebbero più colpite da demenza rispetto agli uomini, ma questo dato potrebbe essere spiegato con la maggiore aspettativa di vita delle donne stesse.

Le prospettive future non sono affatto rassicuranti poiché le stime indicano un potenziale raddoppiamento degli individui colpiti entro il 2050.
Questi numeri dimostrano in modo inequivocabile l’impatto sociale che tali condizioni comportano, soprattutto perché minano nel profondo l’identità e l’autonomia della persona.
A peggiorare ancor di più la situazione concorre l’intrinseca difficoltà di restituito ad integrum dei danni cerebrali.

La ricerca

Una recente ricerca, pubblicata su Science Translational Medicine e condotta presso il Medical Research Council Center for Regenerative Medicine e l’UK Dementia Research Institute dell’Università di Edimburgo, sembra però aprire a nuove speranze.

Lo studio con ratti ha dimostrato l’efficacia di un trattamento potenzialmente capace di invertire i cambiamenti nei vasi sanguigni del cervello associati alla condizione nota come malattia dei vasi piccoli cerebrali.

Quest’ultima, quando si instaura, provoca un restringimento o persino un’ostruzione totale dei vasi sanguigni cerebrali più profondi: a causa di tutto ciò le cellule cerebrali vanno in sofferenza a causa dell’inadeguato apporto di ossigeno e nutrienti, con tutte le conseguenze connesse.

Tale condizione, nota anche come demenza vascolare sottocorticale, determina inizialmente un danno alla sostanza bianca cerebrale evidenziabile agli esami strumentali e in seconda istanza gioca un ruolo di primo piano della patogenesi di ictus e forme di demenza senile.

La possibilità di inversione dei danni provocati dalla malattia dei piccoli vasi palesata dallo studio portato avanti dai ricercatori del Medical Research Council Center for Regenerative Medicine deriva dalla scoperta dei meccanismi molecolari attraverso i quali si passa dalla malattia dei piccoli vasi alle condizioni di danno organico che preludono alle condizioni di demenza e/o ictus: sembra che la malattia dei piccoli vasi si verifichi quando le cellule che rivestono i piccoli vasi sanguigni nel cervello diventano disfunzionali. Questo li induce a secernere una molecola indice di sofferenza cellulare che ferma la produzione della mielina, strato protettivo che circonda le cellule cerebrali, portando così a danni cerebrali.

Il trattamento sperimentato su ratti nel corso dello studio previene il danneggiamento delle cellule cerebrali causato da questi cambiamenti dei vasi sanguigni, aumentando la speranza che possa offrire una terapia per la demenza e con la prospettiva di riuscire non solo a prevenire il danno ma anche di revertirlo una volta avvenuto, il tutto grazie alla conoscenza molecolare del fenomeno alla base del danno organico.

Ulteriori studi dovranno verificare se il trattamento funziona anche quando la malattia si è stabilizzata e dovranno inoltre verificare se il trattamento può invertire i sintomi della demenza.

Fonte: EurekAlert