OCT: studiare l’occhio per diagnosticare l’Alzheimer

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Negli ultimi anni la ricerca sulla malattia d’Alzheimer ha progressivamente esteso il suo campo di interesse includendo organi e tessuti differenti, tra questi spicca recentemente l’occhio.

In questo filone di ricerca sembra promettente uno studio apparso su JAMA Neurology: secondo i ricercatori un semplice e rapido esame quale la tomografia ottica computerizzata (OCT) sarebbe in grado di predire il rischio di sviluppare la demenza d’Alzheimer.

Tomografia ottica computerizzata

L’OCT è un esame non invasivo della durata di 10-15 minuti che rientra nelle tecniche tomografiche di diagnosi per immagini, vale a dire quelle tecniche che permettono di suddividere una parte o la totalità del nostro organismo in numerose “fette”.

Nello specifico, l’OCT viene comunemente impiegata in ambito oculistico per lo studio della cornea e della retina, delle quali cattura immagini con un dettaglio anatomico molto vicino a quello reso dalla biopsia grazie a una risoluzione spaziale inferiore a 10 µm.

Proprio grazie alla sua risoluzione sub-millimetrica, l’OCT si è dimostrata capace di fornire utili informazioni nello studio del nervo ottico e delle patologie che ne determinano un’alterazione. In questo contesto il glaucoma rappresenta una delle patologie più studiate, ma negli ultimi anni sempre maggiore attenzione è stata data alle ripercussioni sulle fibre del nervo ottico di diverse patologie neurodegenerative, tra cui sclerosi multipla, sclerosi laterale amiotrofica e malattia d’Alzheimer.

Lo studio

In uno studio recentemente pubblicato da un gruppo di ricerca dell’Erasmus Medical Center di Rotterdam, i ricercatori hanno concentrato l’attenzione sull’associazione tra malattia d’Alzheimer e alterazioni dello strato delle fibre nervose ottiche (RNFL), uno dei 10 strati che compongono la retina.

Nello studio sono stati inclusi 3289 pazienti sottoposti a OCT e con dati relativi allo spessore del RNFL. Suddividendo i pazienti in 4 gruppi di spessore decrescente del RNFL è emerso che i pazienti con lo spessore minore hanno un rischio più che doppio di andare incontro a demenza rispetto ai pazienti con lo spessore maggiore, ciò indipendentemente dal profilo di rischio cardiovascolare.

Il gruppo di ricerca ha inoltre riscontrato un’associazione significativa con la demenza d’Alzheimer per chi è successivamente andato incontro a un declino cognitivo.

Atrofia cerebrale e degenerazione del nervo ottico

Confermato il coinvolgimento della retina nella malattia d’Alzheimer i ricercatori si sono domandati quale potrebbe essere la causa della riduzione dello spessore del RNFL in una malattia principalmente caratterizzata dallo sviluppo di atrofia cerebrale.

Una prima opzione potrebbe essere un coinvolgimento retrogrado del nervo ottico: la neurodegenerazione inizialmente interesserebbe la corteccia cerebrale e, in un secondo momento, si diffonderebbe tramite le vie ottiche raggiungendo la retina.

A supporto di questa ipotesi vi sarebbero numerose osservazioni riguardo al comportamento della proteina tau, principale responsabile della neurodegenerazione alla base della malattia d’Alzheimer.

Questa proteina sembrerebbe infatti trasferirsi da un neurone all’altro tramite le sinapsi che li mettono in comunicazione, un comportamento simile a quello delle proteine prioniche, di cui un esempio è l’agente causale dell’encefalopatia spongiforme bovina (comunemente nota come “morbo della mucca pazza”).

Una seconda opzione potrebbe essere invece un interessamento diretto del nervo ottico da parte della malattia d’Alzheimer. Diversi studi istologici condotti sia sul modello murino della malattia d’Alzheimer che su pazienti con AD hanno infatti evidenziato nel nervo ottico la presenza di ß-amiloide, proteina chiave della patogenesi dell’AD.

Da un punto di vista embriologico retina e nervo ottico derivano dal diencefalo e sono pertanto considerati da alcuni ricercatori come facenti parte del sistema nervoso centrale. È possibile che anch’essi possano essere coinvolti nella deposizione delle placche senili di amiloide, iniziali promotrici della malattia d’Alzheimer.

Conclusioni  

La possibilità di identificare precocemente i pazienti a maggiore rischio di demenza d’Alzheimer tramite OCT potrebbe rappresentare in futuro un modo semplice, rapido e non invasivo per selezionare i pazienti da includere nei trial clinici così come monitorare la progressione della malattia.

È da tenere però in considerazione che il glaucoma ad angolo aperto rappresenta un possibile fattore confondente potendo condurre anch’esso a una neurodegenerazione sovrapponibile a quella riscontrata nei pazienti con AD.

Inoltre, sebbene nello studio riportato sia emersa una correlazione tra riduzione dello spessore del RNFL e malattia d’Alzheimer, questo strato va incontro ad assottigliamento anche in altri processi neurodegenerativi, tra cui la sclerosi multipla. Se ne deduce che sono necessari ulteriori studi volti a comprendere se tale parametro rappresenti un marker di neurodegenerazione in senso lato o se sia specifico della malattia d’Alzheimer.

Fonti | Studio JAMA Neurology