Uso del cellulare e problemi di memoria: un nuovo studio prova a far chiarezza

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Da quando Antonio Meucci, nella seconda metà del 1800, inventò il primo rudimentale telefono, i progressi nel campo delle telecomunicazioni sono stati incredibili: a tutt’oggi infatti, si può addirittura utilizzare un ecografo con il supporto di uno smartphone, qualcosa che fino ad alcuni anni fa era ritenuto impensabile e futuristico.

Benché questo, non mancano le preoccupazioni: se da un lato viviamo in un mondo sempre più digitalizzato, dell’altro dobbiamo fare i conti con una sempre crescente esposizione ai campi elettromagnetici a radiofrequenza (RF-EMF) dovuti non solo all’utilizzo del cellulare, ma anche dalle altre variegate fonti di emissione che ci circondano (es. antenne telefoniche, dispositivi radio-emittenti, router Wi-Fi, ecc).

Attorno a tutto questo, si è detto tanto: c’è chi afferma che queste onde siano una possibile fonte di neoplasie mentre altri sostengono che queste onde possano addirittura “ustionare” la nostra pelle semplicemente durante una chiamata vocale [o cucinare uova – Ndr].

Niente di più sbagliato è mai stato affermato.

Questo, infatti, dipende dal fatto che la quasi totalità di studi sull’argomento (che si susseguono nella ricerca di una possibile relazione causa-effetto) presentano risultati totalmente inconcludenti.

Uno spiraglio però, si inizia ad intravedere da uno studio condotto dall’Istituto svizzero di salute pubblica il quale ha voluto indagare il ruolo con cui la comunicazione telefonica (intesa come onde elettromagnetiche) può influire sulla capacità di memorizzazione degli adolescenti (i più assidui fruitori di smartphone).

Ad onor del vero, questo studio è la “diretta continuazione” di un report pubblicato nel 2015 ma che, rispetto a questo, si avvantaggia di un campione di adolescenti pari al doppio e integra le nuove informazioni che si hanno circa l’assorbimento cerebrale delle radiazioni elettromagnetiche.

Lo studio

La coorte di adolescenti candidati allo studio -denominata HERMES- comprendente 895 studenti tra i 12 e i 17 anni (un età sicuramente critica per lo sviluppo delle funzioni mnestiche) è stata sottoposta ad una analisi preliminare di base (raccolta dati, somministrazione questionari, valutazione abitudini) alla quale è seguito un follow-up di 1 anno.

Per dare maggiore eterogeneità allo studio si è deciso di arruolare i partecipanti non solo da scuole diverse, ma anche da istituti appartenenti a diverse regioni della svizzera.

A questi ragazzi è stato somministrato un questionario durante le ore scolastiche che aveva l’obiettivo di valutare quale fosse l’utilizzo abituale del telefonino nonché le loro attitudini socio-economiche e psicologiche.

Nello specifico, le domande più salienti del questionario sono state:

  • Durata totale dell’utilizzo del telefonino in un giorno e modello dello stesso
  • Chiamate effettuate durante il giorno e durata media: da questo si è ricavata la durata di chiamata media al giorno (che è stata valutata pari a 17 ±27 minuti )
  • Utilizzo di auricolari (sono infatti dei distanziatori: si è visto che più il telefono è lontano dalla regione cranica, minore è la quantità di radiazioni assorbite)
  • Attività correlate (es. utilizzo per messaggi di testo, giochi sul cellulare, spento/acceso durante la notte).

A queste informazioni ottenute dai partecipanti si sono affiancate informazioni acquisite dagli operatori mobili svizzeri fino a 6 mesi prima dall’inizio dello studio: queste informazioni, analizzando i dati, sorprendono perché in genere sottostimano il reale utilizzo dello smartphone da parte degli studenti.

I partecipanti sono stati poi divisi in due gruppi: coloro che usano il telefonino prevalentemente vicino alla metà destra del capo e quelli che lo utilizzano a sinistra (in quest’ultimo rientrano anche quelli che non hanno preferenze di utilizzo). Tale dicotomia sarà essenziale per trarre le conclusioni dello studio.

Le radiazioni assorbite 

Ottenuta una stima di “quanto i ragazzi usassero il telefono”, bisognava quindi valutare a quale dose di radiazioni fossero stati esposti (RF-EMF).

Per fare questo, si è innanzitutto creato un modello di dose-esposizione encefalica (a dosi crescenti di radiazioni, si correlava la quantità delle stesse assorbita in sede cerebrale) da cui si è riusciti a risalire al parametro SAR: questa è una quantità che indica la frequenza con la quale le radiazioni elettromagnetiche vengono assorbite in una certa massa/volume di tessuto (in questo caso encefalico).

Il parametro SAR è stato inoltre normalizzato per:

  • Distanza emittente-ricevente (cioè il telefono messo a contatto con l’orecchio, in tasca, oppure tenuto ad una distanza di 20 cm).
    Superfluo è affermare che più il device è prossimo al ricevente, maggiore sarà il quantitativo di RF-EMF assorbita.
  • Parametri che influenzano l’emissione e/o l’assorbimento (uso 2G/3G, uso Wi-Fi, durata totale delle chiamate, ecc).

La dose media di radiazioni assorbite giornalmente è stata di 858 ±1,027 mJ/Kg/d

La memoria

Le capacità cognitivo-mnestiche dei soggetti in studio sono state testate tramite sistemi di valutazione computerizzati organizzati in due parti:

  • Valutazione della memoria verbale: ai partecipanti è stato dato 1 minuto per memorizzare 5 set composti da 2-5 parole raggruppate per categorie semantiche (es. Città → Milano, Berlino, ecc . Alla scadenza del minuto, veniva mostrata una lettera e venivano valutati sulla base della capacità di elencare le parole che iniziavano con quella lettera e la loro categoria semantica di appartenenza.
  • Valutazione della memoria figurale: ai partecipanti è stato dato 1 minuto per memorizzare 13 coppie di figure astratte e, al termine di questo, veniva mostrata una sola figura e loro dovevano essere in grado di risalire alla figura mancante.

Risultati e conclusioni

Combinando tutti i dati elencati fino ad ora, si è giunti alla conclusione che alla maggiore dose di esposizione giornaliera corrisponde una riduzione statisticamente significativa della memorizzazione figurale,capacità questache ha sede nell’emisfero destro. Non è un caso dunque che il sottogruppo di soggetti che fanno un utilizzo prevalentemente destro dello smartphone abbia dimostrato la più importante riduzione di questa capacità mnestica.

Il modo però con cui le radiazioni possano inficiare con le capacità di memorizzazione resta tutt’oggi sconosciuto.

Sicuramente, il fatto che lo studio sia stato condotto in adolescenti con delle capacità cognitive in rapida evoluzione ha avuto un peso non secondario nelle conclusioni dello studio ma, ragionevolmente, non può essere l’unico attore chiamato in causa.

Inoltre, in contrapposizione a quanto detto fino ad ora, questo studio dimostra altresì un miglioramento della memoria di lavoro: questa, che subentra durante il decision-making, viene principalmente ricondotta alla corteccia cingolata anteriore.

Comunque, alcuni autori sostengono che la riduzione di questa fonte di memoria sia da attribuirsi soprattutto alla riduzione della quantità/qualità del sonno consequenziale all’utilizzo di smartphone nelle ore precedenti il sonno: queste teorizzazioni andranno convalidate o smentite da susseguenti studi.

Come affermano gli autori dello studio, questo non dimostra l’esistenza di un nesso di causalità (ovvero, parliamo al telefono e direttamente perdiamo le nostre capacità di memorizzazione), ma sicuramente dimostra che l’emissione di radiazioni ha un’influenza nel lungo termine e soprattutto questa è amplificata durante l’età dello sviluppo.

Nel dubbio, io andrei a comprare un paio di auricolari.

FONTI| Science Daily; Articolo originale completo