a mio fratello che vuole essere medico

Ciao Giovanni,
troverai questo biglietto sotto la porta di camera tua, non è per ricordarti che mi devi dei soldi, giuro.

Ti scrivo per colpa delle due chiacchiere che abbiamo fatto qualche giorno fa, a colazione, prima che tu ricominciassi a ripassare per la maturità, ed io riprendessi a sbattere la testa contro la scrivania in vista del concorso per le specialistiche, che poi è andato come è andato.
Mi hai detto che proverai il test, a settembre. Mi hai detto che hai pensato che forse vorresti diventare un medico e, non posso negarlo, mi sono sentito un po’ orgoglioso, dai concedimelo.

Ma non è per questo che ti lascio queste due righe, non è sicuramente per scriverti frasi
melense o motivazionali sull’importanza della vocazione e via discorrendo, sai che non sono
quel tipo di persona e la Chiamata la lascio volentieri ai sacerdoti:

Volevo solo dirti di non preoccuparti.

Certo, il test è complesso e si può non entrare. Sono anche d’accordo sul fatto che in casa mi hai visto spesso in condizioni semi-pietose in vista di esami preparati più o meno bene, mi hai visto smattare contro il vicino di casa che ascoltava la musica alle 5 di pomeriggio o sdraiato sul parquet privo di vita mentre ripetevo come un mantra che avrei dovuto fare il panettiere.
Fidati, le condizioni di colleghi di altri corsi di laurea sono similari, semplicemente tu hai avuto tra i piedi me.

Certo, il fatto che abbia rotto un libro dei CTO lanciandolo contro il muro in un momento di
disperazione acuta ti potrebbe far pensare “Cristo, ma anche dopo i sei anni la situazione non migliora?”
No, ma è così per tutti. Pensa a chi fa praticantato dagli avvocati.

“Si ma potresti finire un po’ dovunque a lavorare, e neanche fare la specialistica che vorresti. Tutto questo dopo i sei anni? Ma chi me lo fa fare?”
Vedi sopra, John, non è più facile per gli altri.

“Si ma sei diventato pelato”
Quella è la genetica, ciccio. Preparati.

Ma chioma a parte, semplicemente sappi che ne vale la pena. Almeno secondo me, ovvero uno che ha appena iniziato e chissà dopo il 17 luglio se e dove finirà.
Ne vale la pena perché è un mestiere strano, un po’ da scienziato un po’ da mercante un po’ da psicologo un po’ da fabbro. Vedi le persone nude. No non in quel senso. Beh anche in quel senso, ma soprattutto le vedi spaventate, preoccupate, spesso spogliate dalle convenzioni sociali mentre ti chiedono una mano e tu effettivamente sei lì per quello, per dar loro una risposta. Almeno ci provi. E le volte che ci riesci, te lo assicuro, è una meraviglia. Poi svilupperai anche un piacere perverso per l’orrido e gli aneddoti macabri, ma quello è un effetto collaterale, non raccontarli mai a tavola, esperienza personale.

E sì, i selfie col camice. Anche quelli via.

Comunque, e poi la smetto di fare il finto saggio, non stare a spaventarti per quanto potrà
essere difficile, pensa se ti potrà piacere poi, come bene o male tutto il resto, se ti rimboccherai le maniche ce la farai.

In bocca al lupo, John, e goditi l’interrail.

F.

Ps: Sì, lo so, questa calma Olimpica non la applico al test di specialistica. E se guardo i mondiali non provare mai più a chiedermi “ma non stavi studiando?”. È mio diritto inalienabile crogiolarmi nel senso di colpa e lamentarmi a oltranza dell’ingiustizia della Vita e delle domande del test.