Cosa fare in caso di arresto cardicao: Basic Life Support and Defibrillation (BLSD)

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L’arresto cardiaco ha un’incidenza annuale pari a un caso ogni 1. 000 abitanti e una mortalità elevata (il tasso di sopravvivenza, in assenza di qualsiasi trattamento terapeutico, è del 2%). Circa il 90% degli arresti cardiaci avvengono in ambito extraospedaliero ed è oggi riconosciuto e dimostrato che un soccorritore occasionale laico, ossia non-sanitario, con un intervento corretto può davvero fare la differenza tra la vita e la morte del paziente.

 

Qual è la vera vittoria, quella che fa battere le mani o battere i cuori?” – Pier Paolo Pasolini

 

Definizione

L’arresto cardiaco è una condizione clinica d’emergenza, caratterizzata dall’improvvisa e inaspettata interruzione dell’attività cardiaca e dalla perdita di conoscenza e delle capacità respiratorie. Con la cessazione dell’attività meccanica del cuore, questo non fornisce più sangue ed ossigeno al cervello e a tutti gli altri organi.

 

Epidemiologia

Si tratta di una patologia purtroppo molto frequente, con 1 caso / ogni 1000 abitanti / ogni anno, che nella sola Italia è responsabile di circa 50.000 decessi/anno. Circa l’80% delle morti cardiache improvvise è causato dalla cardiopatia ischemica e la morte cardiaca improvvisa rappresenta oltre il 50% di tutti i decessi per malattie cardiovascolari.

Nonostante i progressi della medicina, la mortalità è ancora molto alta, con un tasso di sopravvivenza del 2-6%. Tuttavia, se la defibrillazione avviene entro 5 minuti la sopravvivenza può aumentare fino al 50%, a testimonianza dell’importanza di un intervento precoce e mirato.

 

Quadro clinico

  • Perdita di coscienza (entro 10 – 15 secondi) per mancanza di ossigeno nel cervello
  • Assenza di respirazione
  • Convulsioni, contratture muscolari, talora scosse tonico-cloniche, tetraplegia flaccida
  • Assenza di polso
  • Cianosi pallida
  • Midriasi pupillare

La catena della sopravvivenza

La sopravvivenza all’arresto cardiaco dipende da una serie di interventi vitali. Se l’applicazione di una di queste azioni è trascurata o ritardata, le possibilità di sopravvivenza si riducono drasticamente.

 L’AHA (American Heart Association) ed altre associazioni hanno utilizzato l’espressione “catena della sopravvivenza” per descrivere tale sequenza di azioni, tra loro strettamente collegate come gli anelli di una catena, ed internazionalmente rappresentata da 5 anelli interdipendenti, che sintetizzano i passaggi fondamentali per soccorrere una persona in arresto cardiocircolatorio.

Fino a qualche anno fa, e in alcune realtà ancora oggi, l’opinione pubblica in Italia considerava il Primo Soccorso materia appannaggio esclusivo degli operatori sanitari. In caso di emergenza semplicemente si cercava un medico o un sanitario che fosse nei paraggi (cosa spesso improbabile), si chiamava il 118 e si attendeva l’arrivo del mezzo di soccorso, senza praticare alcuna manovra salvavita.

Circa il 90% degli arresti cardiaci avvengono però in ambito extraospedaliero, nei luoghi più comuni e disparati ed alla presenza di persone, pochi sono i casi di arresto cardiaco in luoghi solitari.  Oggi è riconosciuto e dimostrato che un soccorritore occasionale laico, ossia non-sanitario, può davvero fare la differenza tra la vita e la morte del paziente.

PRIMO ANELLO: riconoscimento e allarme precoce

  • Valuta i pericoli ambientali e assicurati che la scena sia sicura.
  • Controlla l’assenza di coscienza (chiamando e scuotendo – non in pazienti traumatizzati).
  • Allerta del Sistema di Soccorsi di Urgenza ed Emergenza (112 – nuovo numero unico di emergenza). È fondamentale allertare senza ritardi e correttamente il sistema di Emergenza, rispondendo con calma e precisione alle eventuali domande del personale della Centrale Operativa 118.
  • Controlla l’assenza di respirazione o la sola presenza di gasping (respiro agonico). Se il paziente è in arresto respiratorio, iniziare la rianimazione cardiopolmonare (RCP).

SECONDO ANELLO: RCP precoce e di alta qualità

È importante iniziare tempestivamente le manovre di rianimazione cardiopolmonare per “guadagnare tempo”.

Le manovre di RCP di base (compressioni toraciche esterne + ventilazioni di soccorso – bocca a bocca) non sono in grado, da sole, di far ripartire un cuore che si è fermato, ma, se correttamente applicate, consentono una maggiore efficacia degli interventi successivi. È stata più volte dimostrata l’importanza di una RCP di qualità per l’outcome finale.

  • Frequenza delle compressioni: da 100 a 120/minuto.
  • Profondità delle compressioni: almeno 5 cm, ma non devono superare i 6 cm.
  • Per consentire una piena riespansione della parete toracica dopo ciascuna compressione, i soccorritori devono evitare di rimanere appoggiati sul torace tra una compressione e l’altra.
  • Ridurre al minimo la frequenza e la durata delle interruzioni nelle compressioni per rendere massimo il numero di compressioni erogate al minuto.
  • Per gli operatori sanitari vi è l’indicazione di ventilare adeguatamente il paziente, con un rapporto di 2 ventilazioni ogni 30 compressioni. Tuttavia, le ultime linee guida suggeriscono ai soccorritori laici (non sanitari) di limitarsi alle sole compressioni.

TERZO ANELLO: defibrillazione rapida

L’immediata disponibilità di un defibrillatore aumenta sensibilmente le possibilità di recupero del paziente. È proprio con la precocità della defibrillazione elettrica, quando indicata, che è possibile aumentare la probabilità di sopravvivenza in una persona colpita da arresto cardiaco improvviso.

Esistono diversi tipi di ritmi, tutti considerati come arresto cardiaco:

  • Ritmi defibrillabili
    • Fibrillazione ventricolare (FV): è un ritmo ventricolare irregolare in cui non è più possibile distinguere complesso QRS, segmento ST e onda T.
    • Tachicardia ventricolare senza polso (TV): è una tachicardia ventricolare, in genere a 180 – 250 bpm, associata ad assenza di polso.
  • Ritmi non defibrillabili
    • Asistolia: è un ritmo di arresto cardiaco che si associa all’assenza di un’attività elettrica identificabile all’ECG (“linea piatta”)
    • Attività elettrica senza polso (PEA): qualsiasi attività elettrica semi organizzata che si può visualizzare sul monitor sebbene il paziente non abbia un polso palpabile

 

Il defibrillatore semiautomatico (spesso abbreviato con DAE, defibrillatore automatico esterno, o AED, automated external defibrillator) è un dispositivo in grado di riconoscere e interrompere tramite l’erogazione di una scarica elettrica le aritmie maligne responsabili dell’arresto cardiaco (FV e TV).

Un defibrillatore semiautomatico analizza automaticamente il ritmo cardiaco, per mezzo dell’applicazione di placche adesive sul petto del paziente, determina se per tale ritmo è necessaria una scarica e, se essa è necessaria, seleziona sempre in modo automatico il livello di energia necessario. L’utente che lo manovra non ha la possibilità di forzare la scarica se il dispositivo segnala che questa non è necessaria.

Il defibrillatore fornisce tutte le istruzioni necessarie al soccorritore per il suo utilizzo, senza richiedere nessuna conoscenza avanzata.

QUARTO ANELLO: sistema di emergenza territoriale

È costituito dai mezzi di soccorso distribuiti sul territorio: mezzi di soccorso di base (con soccorritori), mezzi di soccorso avanzati (professionisti medici e/o infermieri), eliambulanze.

QUINTO ANELLO: cure avanzate

È importante assicurare la rapida applicazione di un intervento medico specialistico coordinato direttamente dalla Centrale Operativa. Tale intervento permette di completare il trattamento dell’arresto cardiaco con il ricorso a farmaci e manovre di personale sanitario medico/infiermieristico.

 

Prospettive future

L’obiettivo per il nostro paese è di raggiungere, su tutto il territorio nazionale, i livelli di cultura del Primo Soccorso già attuati a livello internazionale, che ha permesso un drastico calo del tasso di mortalità, grazie all’insegnamento del BLSD presente nei programmi scolastici e alla presenza capillare di DAE sul territorio.

Il cammino sulla strada della cardioprotezione è già ben avviato ma è ancora lungo. Occorre diffondere la cultura del Primo Soccorso lavorando soprattutto con le nuove generazioni, collaborando con le scuole e insegnando anche ai più piccoli pillole di prevenzione e soccorso. Solo così si potrà imprimere una vera svolta – culturale e medica – al nostro paese.

 

In ogni città vengono organizzati corsi per ottenere la certificazione BLSD per non sanitari. Per ulteriori informazioni visita https://www.ircouncil.it/corso/blsd-non-sanitari.

 

Fonti | 1234;