L’elevato rischio di Burnout in ambiente sanitario

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“Ciò che è iniziato come lavoro importante, significativo e stimolante diventa spiacevole, insoddisfacente e privo di significato. L’energia si trasforma in esaurimento, il coinvolgimento si trasforma in cinismo e l’efficacia si trasforma in inefficacia” – Christina Maslach

“Bruciato, esaurito, scoppiato”: come si manifesta il Burnout

Il mondo dello sport negli anni ’30 introdusse il termine per identificare l’inabilità di un atleta di successo a ottenere ulteriori risultati positivi, o in alternativa mantenerli. Il Burnout ha assunto poi l’accezione odierna negli anni ‘70, quando la psicologa americana Maslach identificò una patologia comportamentale nelle professioni ad elevato impatto relazionale. Per la prima volta la Professoressa ha descritto una articolata serie di comportamenti in risposta a prolungati stress emotivi ed interpersonali, che esitano inevitabilmente in un disinteresse generale verso le persone coinvolte nelle proprie attività.

In tale ottica, assieme alla collega Susan Jackson, la psicologa ha elaborato il “Maslach Burnout Inventory” (MBI), un questionario self report di 22 items, finalizzato a misurare il burnout in relazione allo stress professionale. Si struttura allo scopo di indagare tre distinte dimensioni della professionalità: esaurimento emotivo (5 items), depersonalizzazione (9 items), realizzazione personale (8 items). Ciascuna domanda prevede 7 gradi di risposta – da “mai” a “ogni giorno” – e per ogni dimensione il punteggio totale è classificato come “basso”, “medio” o “alto”.

La sindrome delle Helping Professions

Si tratta di una sindrome che identifica come principale fonte di stress il prolungato contatto con le persone, spesso in presumibili condizioni di sofferenza. Senza dubbio la categoria professionale più esposta è quindi quella dei sanitari, seguita da tutte le altre categorie che prefigurano contatto ed ascolto delle esigenze altrui (insegnanti, psicologi, avvocati etc). In effetti la letteratura riporta svariate indagini che nello specifico rivelano una crescita esponenziale della morbilità psichiatrica in diverse parti del mondo. Ad esempio è di nostro interesse uno studio italiano risalente al 2012, condotto tra 323 medici ospedalieri e 609 infermieri, che rivela un tasso stimato di disturbi psichiatrici – legati a fattori professionali –  del 25% ed una prevalenza del Burnout sulla scala di esaurimento emotivo del MBI pari al 38.7%.

Tra i mezzi diagnostici a disposizione, oltre al MBI, ci si avvale del GHQ-12 (General Healt Questionnaire), uno strumento di screening ampiamente validato ed utilizzato per identificare i disturbi psichiatrici minori nella popolazione generale. Sebbene le tecniche diagnostiche siano state ampiamente affinate negli ultimi anni, la sindrome rimane ad oggi di difficile interpretazione. Si considera infatti all’origine del disturbo il verificarsi di un insieme di contingenze, quali l’articolarsi di fattori lavorativi, individuali, organizzativi e culturali.

Un disturbo dunque multifattoriale e dalla difficile determinazione sintomatologica, ma che identifica importanti conseguenze, in primis cure subottimali e gravi errori medici. A questo si aggiunge un depauperamento dell’entusiasmo professionale che spesso sfocia in precoci pensieri di pensionamento, assenteismo e ritardi, isolamento sociale. Non mancano inoltre una maggiore attitudine al consumo di sostanze d’abuso ed una pericolosa perdita di sentimenti positivi nei confronti degli assistiti.

Un fenomeno sottostimato dalle istituzioni

L’esponenziale aumento della sindrome si è verificato nella fattispecie nei paesi occidentalizzati ed è imputabile senza dubbio ad una crescita di bisogni in termini di numeri e qualità, dovuti a loro volta ad una maggiore disponibilità di risorse. Risorse che tuttavia non si accompagnano ad un corrisposto aggiornamento da parte delle istituzioni, spesso rigidamente fedeli a modelli solidi ma ineludibilmente superati. Il risultato è una categoria professionale affannata a soddisfare le innumerevoli necessità di miglioramento ed altresì volenterosa di sfruttare al meglio le risorse offerte, senza tuttavia godere del supporto necessario da parte dell’istituzione che rappresentano.

Per comprendere meglio, basti pensare al fenomeno logorante della medicina difensiva che si prefigura unica arma di difesa contro l’aumento delle vessazioni medico legali. Il sanitario sprovvisto di un solido sostegno dal sistema, convive dunque con una vera e propria spada di Damocle, a cui si aggiungono le innumerevoli fonti di stress che l’assistenza sanitaria inevitabilmente comporta. Si profila quindi un dinamismo di fattori di stress destinato ad esitare, nei casi migliori, in arrangiati arsenali emotivi e, nei peggiori, in un esaurimento dell’empatia, una sfiducia nel propria professione ed una pericolosa perdita di stimoli ed interessi.

Risulta di impellente necessità una riqualificazione istituzionale ed una rinnovata coscienza del ruolo degli operatori sanitari (e non), che ad oggi aggiungono all’impegno di sostenere il rapporto con l’utente, l’interfacciarsi quotidiano con le strutture, i colleghi e le cavillose burocrazie. Nonché l’illusoria pretesa di quel perfezionismo della pratica che si è istillato nella nostra cultura e a cui si assiste sin dai primi approcci della persona nella società, snaturando il sano concetto di competizione e di costante miglioramento professionale.

FONTI | Articolo scientifico , SOPSI