Ecco quali sono le specialità più a rischio di Burnout

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Una parola suggestiva per una sindrome sommersa: burnout.

Nonostante gli sforzi di alcune autorevoli testate editoriali scientifiche nel mettere a fuoco questa problematica, ancora poco è definito e molto è da indagare. Ma non è il caso di sconfortarsi: lo studio pubblicato il 18 Settembre 2018 da JAMA, da annoverare fra le novità importanti riguardo l’indagine del burnoutdipinge un quadro finalmente un po’ più chiaro riguardo alla sindrome delle helping professions.

Uno studio a tappeto

Lo studio longitudinale appena pubblicato ha esaminato i sintomi del burnout in un campione di “physician residents” (grossolanamente l’equivalente degli specializzandi nel sistema formativo italiano) al secondo anno, seguendoli dal loro primo anno di formazione medica alla “medical school”.

Sono 3588 i partecipanti che hanno completato l’iter dello studio, che si è avvalso di una serie di questionari in modo da monitorare i partecipanti nel corso del tempo.

Il primo dei questionari saggiava le caratteristiche demografiche del campione come etnia, età, sesso; il questionario MS4, proposto al 4° anno di medical school, richiedeva lo score al test USMLE Step 1 e l’eventuale debito educativo. Ultimo passo, anni dopo, era il questionario PGY-2, contenente aggiornamenti delle caratteristiche demografiche (relazioni, stato dei genitori, entrate…) e, in aggiunta, l’indagine sul Burnout: è quest’ultimo il test somministrato al 2° anno di residency.

Il sistema di questionari, calibrato per profilare la popolazione sia dal punto di vista demografico quanto emotivo, includeva il Patient-Reported Outcome Measurement Information System anxiety short form; 8 domande dalla Jefferson Scale of Physician Empathy (JSPE); indicatori dal Medical Outcomes Study Social Support Measure.

Il Maslach Burnout Inventory, metodo validato d’indagine del burnout, è stato adattato per il questionario PGY-2, dato che il suo grosso limite, la lunghezza, lo rendeva quantomeno scomodo per indagare grossi campioni di popolazione.

La classifica che attendevamo

Dopo il percorso di potatura e selezione del campione, finita l’attesa per la gestazione dell’analisi dei dati, ecco pubblicati i risultati.

Del campione di residents, almeno una volta a settimana, il 35.6% riportava sintomi di esaurimento emotivo, il 34.9% i sintomi della depersonalizzazione; di poco inferiori sono le percentuali di chi riportava episodi settimanali di “alta” depersonalizzazione ed esaurimento emotivo. Fra tutti, quasi la metà, il 45.2% dei partecipanti e resident physicians, accusava settimanalmente almeno un sintomo di burnout.

Tenuto conto di tutta una serie di parametri (dal debito educativo ai livelli di ansietà ed empatia), i resident physicians del 2° anno appartenenti alle specialità di neurologia, urologia, medicina d’urgenza, chirurgia generale sono risultati più a rischio di burnout (relativamente ai training in medicina interna, tenuto come riferimento).

Al contrario, i resident physicians appartenenti alle specialità di dermatologia e patologia (clinica e anatomica) hanno un rischio più basso di Burnout.

Interessante la disamina anche degli anni alla “med school”: il sesso femminile, come pure alti livelli di ansia al 4° anno di medical school, sono fattori che risultano aumentare la probabilità di Burnout al 2° anno di residency; al contrario, un punteggio di empatia più elevato registrato durante i primi anni di formazione risultano associati ad un rischio minore.

Non bastasse questa classifica, c’è anche di più.

Secondo gli autori, i sintomi del burnout sono legati anche al tasso di “regret“, il rimpianto per la scelta di carriera fatta.

Inoltre, i corsi di formazione in anestesiologia e patologia sono risultati, relativamente a medicina interna (il riferimento), le specialità con il tasso più elevato di pentimento per la scelta di carriera fatta. In questi casi, il rimpianto avvertito potrebbe essere secondario ad altro, non a quella condizione che risponde al nome di burnout.

Tipicamente fenomeno universitario, fa riflettere anche il dato che lega il rimpianto all’ansia: alti livelli di ansia in corso di scuola di medicina sono associati ad un maggior rischio di rimorso -o pentimento, che dir si voglia- nel 2’ anno del percorso specialistico.

C’è bisogno di lavoro culturale?

Fare le classifiche non spiega come alcune specialistiche siano più a rischio di burnout di altre.

L’ipotesi degli autori è che l’ambiente, a cominciare dagli strutturati (altra licenza per la traduzione nel nostro sistema), possa volgere in un clima tossico il personale. I più giovani specializzandi potrebbero risentire del burnout dei medici più anziani, in una slavina di situazioni di malessere che rotola dal vertice della gerarchia ospedaliera per travolgere quindi le sue basi.

Nonostante le dovute differenze fra il sistema sanitario americano e quello italiano, sul piano formativo e non solo, i dati sono indicativi: c’è un problema, forse sottovalutato o forse inammissibile.

Certo è che per chi si nutre di una certa brodaglia culturale, complici anni di mediatizzazione del ruolo del medico, è difficile ammettere che i trattamenti falliscono, come anche i medici sbagliano. Nulla di nuovo sul fronte umano. Per questo, un lavoro – forse anche culturale – di lima e abrasione di convinzioni tanto comuni quanto sbagliate può essere d’aiuto; non solo per far emergere il fenomeno, ma per trovare una soluzione.

FONTE| articolo JAMA

Davide Dionisi
Nato il 5/09/1994, frequento la facoltà di Medicina e Chirurgia all'università Statale di Milano. Sono appassionato tanto di medicina quanto di attualità e tematiche sociali.

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