DASPO negli ospedali: i medici si dividono

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DASPO

“Inserisce i presidi sanitari e (…) nell’elenco dei luoghi che possono essere individuati dai regolamenti di polizia urbana ai fini dell’applicazione delle misure a tutela del decoro di particolari luoghi. Ciò determina, quindi, la possibilità di applicare, tra l’altro, la misura del provvedimento di allontanamento del Questore (DASPO urbano) nei confronti dei soggetti che pongono in essere condotte che impediscono l’accessibilità e la fruizione dei suddetti presidi dei citati eventi.”

Lunedì 24 Settembre è stato approvato dal Consiglio dei Ministri il Decreto cosiddetto “Salvini” con cui sono stati unificati quelli su Sicurezza e Immigrazione.

Lontani da qualsiasi tentativo di voler dare un giudizio meramente politico su ciò che dal decreto è previsto, mantenendo una posizione neutrale e consapevoli di quanto non sia questo il nostro ruolo riteniamo tuttavia che sia nostro compito occuparci anche di leggi, o perlomeno discuterne, quando queste dispongono norme che influiranno in modo più o meno determinante sul nostro futuro, che sia da utenti o che sia da professionisti del settore sanitario.

Infatti richiamiamo la vostra attenzione sulla predisposizione del cosiddetto DASPO nei presidi sanitari che va ad allargare l’elenco dei luoghi su cui il provvedimento è attuabile (si corregge infatti l’articolo 9 della legge n48 del 2017).

Che cos’è?

Il Daspo è una misura prevista dalla legge italiana al fine di impedire aggressioni violente nei luoghi degli avvenimenti sportivi, si tratta infatti dell’acronimo di Divieto di Accedere alle manifestazioni Sportive. Nasce nel 1989, dopo pochi anni dal grande scontro in finale di coppa dei campioni tra Juventus e Liverpool, evento in cui la violenza degli hooligans inglesi causò la morte di 39 persone, tra cui 32 italiani. L’opinione pubblica fu fortemente colpita da tali eventi e la discussione su misure che potessero evitare situazioni simili si fece sempre più accesa, fino a quando nel 1985 in Consiglio Europeo e nel 1989 nel Parlamento Italiano divenne oggetto di discussione politica.

Nei fatti si tratta di una competenza attribuita al questore attraverso la quale al soggetto ritenuto pericoloso viene vietato di accedere in luoghi in cui si stanno svolgendo manifestazioni sportive, con una durata fino ai cinque anni.

Con il nuovo Decreto tale possibilità viene estesa ai Presidi Sanitari (ospedale, poliambulatorio, ambulatorio, ecc.), modifica che, se da una parte ha suscitato plausi e note di merito per una decisione che si inserisce bene in un contesto di sicurezza per gli operatori sanitari sempre più precario, dall’altra parte ha suscitato divisioni e discussioni da parte di chi, operatori compresi, ritiene che sia un provvedimento che vada a intaccare il diritto fondamentale alla Salute.

La situazione in Italia

Da anni in Italia il tema della sicurezza per i medici e gli operatori sanitari è profondamente sentito. Gli episodi di violenza, a volte anche inaudita e mortale, continuano a susseguirsi.  Secondo un’indagine Inail 2018 in media nel nostro paese si verificano 3 episodi di violenza al giorno contro gli operatori sanitari, violenze che vanno dalle percosse ai tentativi di abuso sessuale.

I contesti più a rischio e dove si registrano maggiori episodi di questo tipo sono senza dubbio i Pronto Soccorso, le Strutture Psichiatriche e i luoghi di attesa.

Allarmanti sono per esempio i risultati di un sondaggio condotto da ANAAO ASSOMED sulle aggressioni ai sanitari, dal quale emerge che circa il 65% dei medici ha subito violenze verbali o fisiche almeno una volta, il dato diventa particolarmente rosso per i medici di Pronto soccorso dove la percentuale raggiunge l’80%.

Come già noto emerge anche dal sondaggio che relativamente alle sole aggressioni fisiche particolarmente colpiti sono i medici dei reparti di Psichiatria/SERT (il 34,12% di tutte le aggressioni fisiche) e i medici di Pronto soccorso/118 (il 20,26% di tutte le aggressioni fisiche).

Testimone dell’urgenza di tale tema è stato l’insediamento, il 13 marzo 2018, presso il ministero della Salute, dell’Osservatorio permanente per la garanzia della sicurezza e per la prevenzione degli episodi di violenza contro gli operatori sanitari.

E’ fondamentale prendere atto di un fenomeno sempre più dilagante, intollerabile,  condannabile e per tanti anni sottovalutato. Però è anche intellettualmente onesto, per capire il suddetto fenomeno ed eventualmente tentare di arginarlo, indagarne le cause.

Incrociando dati diversi emerge che le cause si dividono principalmente tra quelle riconducibili all’organizzazione e alla qualità del servizio (l’attesa, il disservizio organizzativo, il richiamo alle regole, l’orario di visita e la qualità del servizio) e quelli collegabili all’utenza (alterazioni psichiche, la pretesa di avere un accesso prioritario, la discordanza sul trattamento terapeutico, lo stato ansioso del paziente, la maleducazione dell’utenza e complicanze causate dai parenti.)

Cosa cambia con il decreto?

Nei fatti quello che cambia è l’introduzione della possibilità di allontanare dal Presidio Sanitario l’utente ritenuto pericoloso allo scopo di contrastare la potenziale violenza sui medici e sul personale sanitario.

Ma ciò è coerente con l’etica professionale e – ancor prima – con la Costituzione? Se infatti il vantaggio è palesemente quello della messa in sicurezza della propria incolumità sul posto di lavoro, dall’altra parte il rischio è quello di negare un servizio – quello Sanitario – che è il corpo di un diritto, il Diritto alla Salute, sancito dalla Costituzione stessa come Diritto fondamentale e di tutti.

Il presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici (FnomCeo) Filippo Anelli, invitando “il governo a chiarire il senso della norma” ha dichiarato

“Non possiamo tradire la Costituzione, che tutela la salute di tutti i cittadini, e non vogliamo tradire il codice deontologico che ci impone il dover di curare tutti quelli che hanno bisogno di aiuto

Il Ministro della Salute Giulia Grillo ha prontamente replicato:

“Non è in discussione né lo è mai stato il diritto alle cure di tutti i cittadini, cosa che se invece avvenisse sarebbe chiaramente incostituzionale”.

Tuttavia numerosi sindacati e associazioni (come l’Associazione Chirurghi Ospedalieri-Acoi) hanno continuato in questi giorni ad esprimere il proprio dissenso.

In generale il punto più importante su cui l’opinione pubblica di laici e di professionisti è divisa è accogliere il decreto come l’occasione di punire atteggiamenti dettati da maleducazione e irrispettosità ma al contempo la paura che gli stessi, se assunti da soggetti in evidente stato di disagio, quali disturbo psichico per esempio, possano essere una ingiusta moneta di scambio con il diritto alla Salute.

Voi come la pensate?

Io, personalmente, ritengo che il rischio sia quello di scaricare il peso di una problematica sociale la cui responsabilità dovrebbe essere gestita da altri, a un corpo di professionisti che tra le altre cose verrebbe meno alla sua etica professionale non prestando soccorso a chiunque ne abbia bisogno.

Tutela del Diritto alla Salute e Sicurezza sul Posto di lavoro non devono divenire antagonisti, dovrebbero essere sintetizzati in un progetto unico per il futuro che miri a rendere la sicurezza sul posto di lavoro garantita pur tutelando il diritto alla Salute di ognuno, garantendo, per esempio, sempre più funzionalità dei Servizi, numero sufficiente di operatori nel settore, contesti più preparati alla gestione di pazienti psichici e di pazienti in condizioni di disagio.

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