L’open science è la risposta agli articoli truffa?

830
articoli truffa

E’ solo l’ultimo grande caso, ma di una lunga e dannosa serie. Il 19 Settembre 2018, JAMA, fra i principali punti di riferimento per la pubblicazione scientifico-medica, ritira ben sei studi dai suoi giornali, tutti firmati dallo stesso autore: il Prof. Wansink della Cornell University.

Dopo che un gruppetto di ricercatori ha segnalato delle incongruenze nei dati e nella loro elaborazione, è stata la stessa Cornell University a procedere con un’investigazione per scoprire che il Brian Wansink, inopinatamente, aveva lavorato all’interno di una silenziosa bolla di cattiva condotta accademica. Misreporting, analisi dei dati alterate e autoritarismo, così lavorava Wansink.

In altri termini, Wansink ha costruito false verità seducendo gli editor con false prove, per mezzo di dati manipolati.

Perché parlarne

Il caso Wansink, nonostante il nome possa dire poco, è tristemente emblematico. Non giungerà forse ai quotidiani nazionali italiani, ma con questo pronto ritiro da parte di JAMA cade un’altra enorme tessera del domino addosso alla fiducia nella scienza e in chi la pratica.

Wansink, che figura come primo autore, ha un curriculum di assoluto rispetto, ed un background accademico rilevante.

I suoi lavori hanno aperto nuovi orizzonti della conoscenza, o così si credeva; hanno plasmato politiche e orientato decisioni. Il suo libro, Mindless Eating, ha sdoganato la possibilità di modificare i comportamenti individuale modificando l’ambiente nutrizionale. Ha revisionato e guidato la redazione di Linee Guida per la nutrizione che oggi sono in uso in 29.000 scuole d’America.

E ora, dopo che i suoi lavori sono giunti perfino a far parte di Cochrane Review, revisioni sistematiche pubblicate dall’ente che più si fa portare del metodo evidence-based, tutto deve essere rimesso in discussione.

L’ampiezza del fenomeno

Secondo un editoriale di BMJ, scritto proprio da due autori affiliati alla Cochrane Collaboration che riportano un dato pubblicato da Nature, la frequenza di “retractions” di articoli è in aumento, nonostante ancora non sia chiaro cosa significhi questo per il mondo medico scientifico.

Fino ad ora le risposte a queste manipolazioni di metodo sono risultate sempre, in ultima istanza, in un rovesciamento di carriere, preceduto da qualche cannonata precisa di censura e colpevolizzazione, senza mai evolvere in cause ed evitando accuratamente di estendere l’indagine dal singolo all’ambiente intero.

A differenza di quanto avviene, per esempio, nei disastri aerei – no, il paragone non è azzardato, si pensi alle conseguenze del caso Wakefield nella percezione della pratica vaccinale – il mondo scientifico incarnato dalle grandi istituzioni, dalle grandi case editrici, dalle università, non ha ancora compiuto il passo dalla colpevolizzazione del singolo all’analisi dell’intero sistema.

Che è poi quello che avviene comunemente dopo un disastro aereo: non c’è soltanto la scatola nera, le cause prossimali, perché l’analisi forense investe i più ampi e vari sistemi, tutte, anche le più distanti variabili che possono aver provocato il disastro.

Autocritica

Se non è possibile rintracciare un movente comune che spieghi l’aumentata prevalenza di queste “retractions”, è pur vero che un’analisi dei casi più eclatanti qualche idea la suggerisce.

Proprio loro, le istituzioni, garantendo ritorni economici sproporzionati e grant per il solo fatto di aver portato alla luce delle evidenze robuste creano un sottotesto che presta il fianco agli scopi meno nobili.

Ecco perché è importante allargare la visione ai più ampi sistemi. Le radici di comportamenti illeciti, minatori per la fiducia nella scienza, s’approfondano molto, arrivando dentro gli ingranaggi che sostengono proprio il metodo scientifico, l’informazione e la ricerca.

In più, come sottolinea l’International Committee of Medical Journal Editors, la caccia a streghe e fattucchieri spesso risulta limitata anche concettualmente.

Secondo il comitato, ognuno dei coautori è corresponsabile degli studi che firma col proprio nome. Lo stesso Wansink non è mai l’unico firmatario dei lavori che oggi stanno risultando contraffatti- le responsabilità, come le colpe, vanno frazionate e distribuite.

Difficoltoso per molti aspetti pragmatici, come il diverso contributo apportato dai vari autori, le distanze, le gerarchie e le differenze di modus operandi fra strutture, l’attribuzione di un peso specifico ai vari singoli coautori è comunque un cambiamento culturale importante – magari il primo di una felice serie.

E’ l’open science la risposta?

Chiarendo che non esiste una misura adeguata ad ogni caso e misfatto, gli autori dell’editoriale pubblicato su BMJ il 15 Ottobre indicano come soluzione la pubblicazione open access o con metodi affini. La pratica open access, spiegano, è basata su un framework che protegge i ricercatori dai loro stessi eccessi.

Fra le condizioni che comporta l’open science, infatti, c’è per esempio la previa registrazione di protocolli e piani d’analisi. Gli stessi pubblicatori, inoltre, possono richiedere come mandatorio il data sharing, non solo per i trial clinici ma anche per aree e ricerche differenti. Misure di trasparenza, non sempre adeguate od opportune, ma certamente poco suscettibili di manipolazioni.

Se le istituzioni, per prime, promuovessero questi approcci, o magari ne inventassero di ibridi, forse eviteremmo tanti danni e scossoni alla fiducia nella scienza e in chi, con tanta fatica e poco riconoscimento, la pratica quotidianamente con professionalità e senza alcun ritorno.

FONTE | articolo BMJ