Minacce alla 194/78: il diritto di abortire è a rischio

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aborto

Quarant’anni dopo l’approvazione della legge 194 in Italia il diritto all’interruzione di gravidanza non è ancora pienamente garantito.

La Vicenda

Nella notte del 5 ottobre il Consiglio comunale di Verona ha approvato, con 21 voti a favore e 6 contrari, una mozione circa il finanziamento di associazioni per iniziative contro l’aborto.

Il testo a firma del consigliere della Lega nord Alberto Zelger impegna il sindaco e la giunta a sostenere iniziative per la prevenzione dell’aborto con l’inserimento nel prossimo assestamento di bilancio di un congruo finanziamento ad associazioni e progetti che operano nel territorio del Comune di Verona; la promozione del progetto regionale ‘culla segreta’ regala ufficialmente a Verona l’appellativo di ‘città a favore della vita’.

Il 13 ottobre a Milano e Caserta il “Comitato No194”, fautore della battaglia per abolire con un referendum la legge del 1978, ha manifestato nuovamente in piazza. Tra gli iscritti, il comitato vanta la firma del neoministro per la Famiglia Lorenzo Fontana.

L’obiettivo del comitato è abrogare tramite referendum la legge 194, sostituendola con una legge che punisce donna e medici con la reclusione da 8 a 12 anni.

Sono i 40 anni di una legge che c’è ma non si vede.

Prima dell’approvazione della 194 la questione della maternità era regolata dal Codice Rocco l’unica forma di aborto consentita era l’aborto terapeutico, ossia l’interruzione di gravidanza attuata per salvare la vita della madre, in ogni altro caso l’aborto era considerato reato. L’interruzione di gravidanza, infatti, veniva considerata non come un delitto contro la persona, ma contro lo Stato, come un attentato alla stirpe.

Al contrario la legge: “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria di gravidanza”, meglio conosciuta come legge 194, stabilisce che:

  • Nei primi novanta giorni di gravidanza si possa operare l’interruzione di gravidanza sulla base di circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito.
  • Dopo il novantesimo giorno è possibile solo in caso di precise condizioni di grave pericolo per la donna e quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna.
  • Per il primo tipo di aborto gli ospedali stabiliscono degli appuntamenti e possono far fronte alle richieste anche assumendo ginecologi esterni a gettone pagati dai contribuenti.
  • Nel caso dell’aborto terapeutico, effettuato dopo il novantesimo giorno, la donna va ricoverata in un reparto di ginecologia e va seguita da un medico non obiettore interno all’ospedale.

D’altro canto sappiamo che i medici obiettori di coscienza sono in costante aumento. Nel 2005 la percentuale degli obiettori in Italia era poco più della metà, il 58%. Nel 2016 era salita al 71% ed è in continuo aumento. Tuttavia la legge prevede che ogni ospedale debba erogare l’interruzione di gravidanza, ma nei fatti accade solo nel 60% delle strutture.

I consultori, primo passaggio per le donne intenzionate ad abortire, sono solo in media 1,5 ogni mille abitanti. E in alcune regioni si scende ben al di sotto. Un database con gli ospedali che non praticano l’interruzione di gravidanza non esiste.

Secondo il Movimento Pro-vita l’aborto provocerebbe gravi complicazioni fisiche nelle donne e aumenterebbe il rischio di tumore alla mammella. Ma sappiamo che non esistono evidenze scientifiche.

La rivista The Lancet ha pubblicato uno studio basato su 13 anni di ricerche dal quale risulta che l’aborto è una delle principali cause di mortalità tra le partorienti ma solo senza le adeguate condizioni di sicurezza

Andrebbe quindi incentivato l’uso della Ivg all’interno della legge 194, al fine di tutelare la salute delle donne, invece di ostacolarlo.

Aborto Clandestino

In questo panorama infatti in Italia prende nuovamente piede l’aborto clandestino.

Secondo l’Istituto Nazionale della Sanità se ne praticano tuttora circa 20.000 all’anno. Nelle donne immigrate il tasso di abortività è tre volte quello delle donne italiane, parliamo di 26,4 interruzioni ogni mille donne.

Ne esistono tre tipi:

  • Il primo è quello definito “d’oro”.
  • Il secondo è quello a cui ricorrono le donne italiane che non trovano posti disponibili nelle strutture sanitarie.
  • Il terzo, quello più feroce, riguarda le donne straniere, spesso senza documenti.

La dottoressa Silvana Agatone, ginecologa all’ospedale Pertini e presidentessa della Laiga, “Libera associazione italiana ginecologi per l’applicazione della legge 194” spiega infatti che:

“L’aborto d’oro riguarda le donne delle classi economicamente molto alte, che mediamente non sembrano arrivare nei centri pubblici d’interruzione di gravidanza. La nostra ipotesi è che si rivolgano a cliniche private, non accreditate per svolgere l’intervento d’interruzione di gravidanza (ivg), dove l’aborto viene segnalato in altro modo, per esempio come isteroscopia o resettoscopia. Il secondo tipo di aborto clandestino coinvolge invece le donne italiane che non trovano posti nelle strutture pubbliche di riferimento. Poi ci sono le donne straniere, senza volto, senza documenti. Questo è l’aborto clandestino più feroce perché coinvolge donne che non conoscono i loro diritti.

L’aborto fai da te è possibile anche se è molto rischioso perché spesso vengono assunti farmaci che non si conoscono a un dosaggio elevato. Se si utilizzano, invece, metodi fisici fai da te per interrompere la gravidanza, si sfiorano percentuali di complicanze vicine al 90%.

Analizzando i dati Istat si vede quanto gli aborti spontanei siano aumentati, passando dai 55.000 casi degli anni ’80, ai quasi 80.000 di oggi. Secondo molti studiosi questa impennata altro non è che il ritorno dell’aborto clandestino “mascherato”, esattamente come avveniva prima della legge, quando le donne dopo aver tentato di “fare da sole” arrivavano in ospedale con emorragie e dolori, e i medici per salvarle completavano gli aborti, registrati come “spontanei”. Si parla di 73.000 aborti spontanei, aumentati, rispetto al 1982, di 17.000 casi all’anno. Un incremento medio del 30% che però nelle minorenni sfiora il 70%.

Ricordiamo che prima dell’approvazione della 194 le morti per gli aborti illegali erano all’ordine del giorno perché praticati in ambienti non sterili, inserendo tamponi, ferri, raschiatoi nell’utero, o facendo bere alle donne decotti oppure infine con iniezioni di acqua saponosa, iodio, lisina, fenolo e china.

Oggi nuovamente la clandestinità è la via più rapida per raggiungere lo scopo.

Infine molte donne sono costrette a emigrare da una regione all’altra, se sono fortunate, oppure in un altro stato per ottenere ciò che una legge di 40 anni fa dovrebbe garantire, spendendo una piccola fortuna in cliniche private.

Riflessioni

Indipendente dal sentire individuale, dal credo di ciascuno e da questioni religiose, conosciamo bene l’importanza di questa legge. Ne abbiamo compreso negli anni la sua importanza, ricordando il quadro che affliggeva il paese prima di essa. Proprio alla luce di tali consapevolezze non si può e non si deve tornare indietro, abbandonando le donne e lasciandole orfane di una reale tutela legislastiva.

La legge 194 garantisce una sicurezza in primis per la vita delle donne, sottraendole a metodiche umilianti, pericolose, nonchè clandestine. D’altro canto rispetta la loro volontà, in quanto la maternità non va intesa come un periodo transitorio in cui il corpo della donna incuba un feto, ma come un percorso, una scelta profonda di vita, che la muta e la trasfroma radicalmente. Tale legge tutela la maternità consapevole in tutte le sue sfaccettature.

Nel rispetto della pluralità insita nel carattere stesso dello stato di democrazia non si può privare la donna di tale possibilità, considerando che ogni storia è diversa dalle altre e merita attenzione, dignità.

In ultima analisi non si voglia penalizzare la vita, anzi salvaguardarla, consci del lavoro che c’è da fare per migliorare la situazione attuale. La donna non sia lasciata isolata nel suo intero cammino, con reale sostegno, affinchè pur nella piena libertà possa non sentirsi mai sola nelle sue scelte.

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