PRN100: un anticorpo per la lotta ai prioni

20380

A quasi due decenni dalla sperimentazione sul modello animale, l’anticorpo monoclonale PRN100 è stato recentemente approvato per l’utilizzo in un uomo affetto da malattia di Creutzfeldt-Jakob (CJD).

“L’approvazione alla sperimentazione [umana] rappresenta un importante passo avanti nella lotta a questa devastante malattia”– Professor Marcel Levi, degli University College London Hospitals

Cos’è la malattia di Creutzfeldt-Jakob?

La CJD è una rara malattia che colpisce ogni anno circa 1 persona su 1.000.000 della quale si conoscono 3 varianti:

  • Sporadica, dovuta a un errore nella produzione della proteina (85% dei casi)
  • Ereditaria , dovuta alla mutazione del gene codificante la proteina (10-15% dei casi)
  • Acquisita, dovuta all’introduzione del prione da fonti esterne (rari casi)

Si tratta di una malattia prionica per la quale non esiste ancora una cura e che porta inevitabilmente alla morte delle persone affette, con un 80% dei decessi che avviene entro un anno dalla comparsa dei primi sintomi.

Cosa sono i prioni?

Col termine prione (dall’inglese prion, ovvero PRoteinaceus Infective ONly particle) si fa riferimento a un agente infettante non convenzionale: una proteina malripiegata.

Affinché una proteina possa svolgere correttamente le proprie funzioni ha bisogno di una specifica conformazione tridimensionale delle catene di aminoacidi che la compongono.

Nel momento in cui avviene un malripiegamento, questa conformazione viene alterata e di conseguenza la funzione viene persa.

Una temibile caratteristica dei prioni è la loro capacità di diffondere il malripiegamento anche ad altre proteine con le quali vengono a contatto in un effetto domino che porta al progressivo accumulo di proteine anormali e, in ultimo, alla morte dei neuroni coinvolti.

Un’ulteriore caratteristica che rende i prioni tanto difficili da combattere è la loro stessa natura. Quando il nemico non è un agente esterno, bensì un elemento normalmente presente nel nostro organismo, il sistema immunitario si trova impreparato a gestire la minaccia.

A differenza delle infezioni “classiche” in cui virus, batteri, funghi o protozoi vengono riconosciuti come estranei – o “non self” nel linguaggio scientifico – e contrastati nel loro sviluppo, nelle malattie prioniche la proteina patogena passa inosservata poiché ritenuta “self”.

ICSM18 e PRN100: gli anticorpi monoclonali

L’impossibilità del nostro sistema immunitario di riconoscere e attaccare le proteine prioniche ha spinto diversi gruppi di ricerca allo sviluppo di un anticorpo che potesse essere fornito ai pazienti affetti dalla CJD per contrastare la moltiplicazione della proteina patogena.

Negli anni, diversi sono stati gli anticorpi testati sul modello animale. Tra essi è risultato particolarmente promettente l’ICSM18.

In uno studio apparso su Nature nel 2003 un gruppo di ricercatori guidato dal Dr Simon Hawke ha dimostrato come i topi trattati con l’anticorpo ICSM18 avessero una prognosi migliore rispetto ai topi non trattati.

Dal confronto tra i due gruppi è infatti emerso che se la sopravvivenza media dei topi non trattati era di circa 200 giorni, essa superava i 500 giorni nei topi ai quali era stato somministrato l’anticorpo ICSM18 a 7 giorni dall’infezione, raggiungendo dunque la normale aspettativa di vita di un topo. Indagini post mortem svolte sui topi guariti clinicamente hanno inoltre dimostrato la scomparsa delle proteine patogene, confermando che l’infezione era stata eradicata e non solo soppressa.

Dai primi incoraggianti risultati sul modello murino dell’anticorpo ICSM18 sono passati diversi anni. In questo periodo i ricercatori hanno continuato a lavorare sull’anticorpo per renderlo adatto all’utilizzo sull’uomo e, a distanza di 15 anni dallo studio apparso su Nature, il successore dell’ICSM18, ovvero l’anticorpo PRN100, è stato approvato per la prima sperimentazione al mondo su una persona affetta da malattia di Creutzfeldt-Jakob.

Grandi sono le speranze relative ai benefici di questo trattamento, tuttavia il passaggio dal modello murino all’uomo porta con sé diversi interrogativi: l’anticorpo sarà in grado di superare la barriera emato-encefalica in quantità sufficienti a raggiungere una dose efficace? L’esordio della sintomatologia potrebbe essere già una fase troppo avanzata della malattia per ottenere un beneficio dal trattamento? Il sistema immunitario dell’uomo potrebbe innescare delle reazioni avverse?

Fonti | Studio ICSM18PRN100

Simone Salemme
Redazione | Nato il 30/01/1993. Frequento l’Università di Modena e Reggio Emilia, Laurea Magistrale in Medicina e Chirurgia. Il mio campo di interesse sono le neuroscienze. “Better is possible. It does not take genius. It takes intelligence. It takes moral clarity. It takes ingenuity. And above all, it takes a willingness to try" - Atul Gawande.