Herd Immunity: perché dovremmo chiamarla immunità solidale

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Le parole sono sempre importanti, ma alcune volte sono più importanti di altre. Ecco perché condividiamo a pieno il post del pediatra dott. Antonio Di Mauro. Di fronte all’ennesimo caso di cronaca – dove apprendiamo questa volta che la bimba, figlia di no vax, si ammala e infetta altre 8 persone di cui almeno 5 minori, fra cui un bambino di 11 mesi. Il punto non è che non è possibile restare in silenzio, perché si parla, di vaccinazioni, e tanto; il punto è che ancora non abbiamo la trovato la chiave di volta di una comunicazione efficace. Tutto sembra partire proprio da qui, la comunicazione. L’ultimo numero di Vaccine, che ha dedicato uno speciale all’argomento, ci ragguaglia sugli ultimi (urgenti) sviluppi del topic.

Comunità d’intenti

E’ un paradosso insolubile, il gatto di Schrodinger della scienza medica. Perché a osteggiare la pratica vaccinale, una procedura che vive della sua natura comunitaria, non sono singoli isolati malpensanti e disinformati. Sono gruppi, network, ma ancora più tangibilmente, comunità molto unite. Come sottolineano Katie Atwell e David T. Smith nel loro contributo su Vaccine, di comunità stiamo parlando, ed a comunità bisogna parlare.

Certo, ci sarà pure un motivo se la percezione della natura comunitaria e, appunto, solidale della vaccinazione non è recepita in queste comunità. Questo succede perché i no vax vivono e creano comunità legate da un concetto, innestate su un terreno ideologico. Nel 2018, non è più la grande comunità umana a fungere da leva del mondo: è la piccola comunità faziosa.

Sono le imagined gated community: gruppi di persone che, digitalmente o non, si riconoscono parte di un’idea comune, estromettendosi da soli dal resto delle più ampie comunità. Quasi fossero deroghe o clauseole esclusive in calce al contratto sociale, non percepiscono la solidarietà delle misure di profilassi attiva.

Ma siccome al dolore non si comanda, e ci si dovrà pur curare in qualche maniera, una serie di credi compensatori prende il posto della corretta informazione. Alla faccia dell’empowerment.

Ecco perché, chiosano gli autori, un approccio identity-based potrebbe fare la differenza. Per colmare quel “community deficit”, quell’incapacità di sentirsi parte di una comunità più ampia, bisogna proprio investire in campagne emozionali.

Attraversare la spaccatura, assottigliare la differenza percepita rispetto al resto del mondo, spingere di peso il senso di comunità verso questi gruppi: oggi comunità d’intenti, domani di dissimili ma solidali.

Dalle parole ai fatti

«Sì va bene, tutto molto bello, ma qui siamo in emergenza sanitaria. Ci sono 11 bambini infettati dal morbillo.» L’urgenza e lo sdegno per l’evitabilità non si discutono. Ma compito della comunità scientifica è valutare la propria adeguatezza nella comunicazione di questi temi.

Non si nasce medici, tantomeno ci si improvvisa tali. Figuriamoci comunicatori o divulgatori.

Ecco perché su Vaccine il resto della serie di articoli sviluppa ricerche e strategie per divulgare e arginare la vaccine hesitancy. Come per esempio, seguendo uno studio australiano, l’importanza di infografiche e video esplicativi. Che guarda caso, cominciano a comparire sempre più spesso anche sugli account social ufficiali dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Non sottovalutare poi l’importanza dello storytelling nella creazione dei contenuti. Nell’era della comunicazione digitale, lo storytelling è ormai una professione. Ma, più importante, una risorsa. Ecco perché un video dello youtuber Nicolò Balini per la giornata della salute mentale non ha nulla di inadeguato o fuori luogo: portando il tema a galla, forte del suo seguito, appoggiandosi a persone competenti, la narrazione funziona.

Anche questo approccio comunicativo serve.

Tenendo pur sempre da conto che, dalle indagini, risulta che i genitori sono più spesso focalizzati sulla sicurezza del vaccino in termini di eccipienti e sicurezza che a proposito dei vari aspetti epidemiologici. Avere sempre un portfolio con queste e altre informazioni a portata di mano può essere una valida indicazione di metodo.

SKAI, cos’è e a che serve

Ultimo viene lo SKAI, Sharing knowledge about immunisation. Progetto australiano, lo SKAI mira a trovare strumenti efficaci ed al contempo palatabili per la divulgazione delle informazioni sulla vaccinazione, andando incontro ai bisogni dei genitori.

I tools sviluppati, scaricabili dal sito, sono stati testati all’interno di una corte variegata di genitori.

I risultati sono stati soddisfacenti. Il bisogno di coinvolgimento nella scelta e nella comprensione e condivisione delle informazioni dei genitori è stato soddisfatto. Questo grazie ad un sistema di colloqui  e Q&A e domande scritte, oltre che ad un sistema culturally-targeted nella progettazione della comunicazione. Insomma, mai prescindere da chi si ha di fronte, perché la generalizzazioni lasciano il tempo che trovano.

A quanto pare, insomma, l’approccio “triage and treat” per la comunicazione riguardo le vaccinazioni è accettata e accettabile. Forse è un passo in avanti, tutto questo. E lo speriamo, perché ogni passo indietro è una distanza in più dall’immunità solidale, una nuova notizia di cronaca come quella giunta da Bari.

FONTI | articolo 1; articolo 2; articolo 3; articolo 4

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Davide Dionisi
Nato il 5/09/1994, frequento la facoltà di Medicina e Chirurgia all'università Statale di Milano. Sono appassionato tanto di medicina quanto di attualità e tematiche sociali.