Il paradosso del fruttosio: come influenza il rischio del diabete di tipo 2?

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Il fruttosio è una molecola appartenente alla classe dei carboidrati che si ritrova naturalmente in diversi alimenti. Date le sue proprietà viene spesso utilizzato dalle industrie alimentari come dolcificante in alternativa al ben più conosciuto saccarosio o a prodotti di origine artificiale (ad esempio, l’aspartame).

Il suo utilizzo è spesso oggetto di dibattito, soprattutto per le sue proprietà metaboliche: nonostante la preferenza del consumatore ricada spesso su alimenti in cui viene utilizzato il fruttosio come dolcificante (probabilmente per il richiamo alla frutta) come succhi di frutta e bevande, la comunità scientifica si trova spesso divisa sull’impiego di questa molecola.

Già facendo una breve ricerca sui motori di ricerca più utilizzati, non è difficile imbattersi in una moltitudine di opinioni che finiscono spesso per confondere il consumatore anziché aiutarlo in una scelta più consapevole.

Tuttavia, dalle pagine del BMJ, arriva una review che è destinata a sciogliere diversi dubbi, andando ad attribuire al fruttosio una collocazione più certa all’interno della piramide alimentare.

Lo studio

Lo studio è una review di 155 articoli scientifici sull’impiego di alimenti in cui è presente il fruttosio, sia naturalmente che aggiunto artificialmente.

In tutti gli articoli, i soggetti inclusi erano sani o aventi diagnosi di diabete di tipo 2 da almeno tre mesi.

I 155 articoli sono stati divisi in 4 gruppi:

  • Studi in cui veniva analizzato l’intake energetico tra bevande contenenti fruttosio e bevande arricchite con altri dolcificanti (quali il saccarosio)
  • Studi in cui veniva totalmente disincentivato l’utilizzo di alimenti contenenti carboidrati
  • Studi in cui veniva consigliato l’utilizzo di una dieta prevalentemente a base di carboidrati
  • Studi in cui l’utilizzo di prodotti contenenti carboidrati veniva sostituito con altri nutrienti che i partecipanti potevano utilizzare ad libitum

In tutti gli studi presi in esame, ai partecipanti veniva regolarmente dosata a digiuno la glicemia, l’emoglobina glicata e l’insulina.

Il paradosso del fruttosio

Da una prima comparazione dei risultati ottenuti, è emerso chiaramente che il fruttosio era protettivo nei confronti del diabete di tipo 2 ma allo stesso tempo aumentava il rischio di svilupparlo.

Come spiegare questi risultati? Secondo i ricercatori, la chiave di volta per comprenderli sta nel rapportare l’intake energetico fornito dai prodotti contenenti fruttosio al fabbisogno calorico giornaliero del soggetto.

Infatti, se l’utilizzo di questi prodotti era consapevole e il loro apporto energetico era previsto all’interno del fabbisogno calorico si poteva assistere ad un miglioramento statisticamente significativo dei livelli di glicemia, emoglobina glicata e insulina. Inoltre, secondo i ricercatori ciò era da attribuire ad un basso indice glicemico del fruttosio, rispetto ad altri carboidrati ben più rappresentati nelle diete dei paesi sviluppati.

L’abuso di questi prodotti, invece, portava ad effetti opposti: l’eccessivo utilizzo di cibi arricchiti con fruttosio, in particolare bevande zuccherate, che portava ad un superamento del fabbisogno energetico giornaliero, si traduceva in un peggioramento statisticamente significativo dei markers di diabete presi in esame.

I ricercatori hanno, inoltre, evidenziato come i risultati più significativi nel miglioramento dei markers v’erano quando si preferiva un apporto “naturale” di fruttosio (quindi, dalla frutta) ad un apporto tramite bevande arricchite, ipotizzando che il motivo fosse da attribuire al maggior contenuto di fibre nella frutta, che rallentano il rilascio di glucosio.

Secondo i ricercatori, questi risultati potrebbero aiutare esperti e consumatori nell’utilizzo più responsabile delle fonti alimentari di fruttosio e nella prevenzione e nella gestione del diabete, tuttavia altri studi serviranno a confermare questi risultati.

 

Fonte| Food sources of fructose-containing sugars and glycaemic control: systematic review and meta-analysis of controlled intervention studies