La verità sugli effetti protettivi degli Omega-3

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Una recentissima review di Cochrane mette il punto sui presunti benefici degli acidi grassi polinasaturi. Da sempre considerati un baluardo nella prevenzione delle patologie cardiovascolari, gli Omega 3 perdono credibilità agli occhi degli esperti, rovesciando un assunto ormai totalmente consolidato della farmacoterapia.

Lo studio

Con gli ultimi dati aggiornati ad aprile 2017, sono stati messi a confronto ben 79 studi clinici randomizzati – per un totale di 112.059 partecipanti. Hanno valutato gli effetti di una maggiore assunzione di Omega 3, rispetto ad un’assunzione minore o assente, su patologie cardiocircolatorie. L’ obiettivo era di verificare l’acclarata ipotesi circa i benefici dell’integrazione di acidi grassi polinsaturi nella prevenzione di disturbi cardiocircolatori. Disparate le caratteristiche prese in considerazione: adulti sani, o già affetti da malattie predisponenti il rischio cardiovascolare, provenienti da quasi tutti i continenti.

I pazienti degli studi presi in esame erano stati sottoposti per almeno un anno ad un aumento nella dieta di acidi grassi Omega 3, perlopiù capsule di acidi eicosapentaenoico (EPA) e docosaesaenoico (DHA). Il risultato di quanto analizzato è un effetto moderato o pressoché nullo degli acidi grassi insaturi su decessi o eventi cardiovascolari, con una leggera evidenza di diminuzione della trigliceridiemia ed aumento del colesterolo HDL.

Da tali osservazioni, le conclusioni dei ricercatori mettono in dubbio quanto suggerito fino ad oggi dalle linee guida riguardo il maggiore consumo di pesce e determinati tipi di vegetali. Gli studiosi infatti assumono un atteggiamento più distaccato sull’integrazione di tali molecole, preannunciando un generale scetticismo su quanto fin ora asserito.

I benefici sotto accusa

Gli acidi grassi sono catene idrocarburiche costituite da un gruppo carbossilico e principalmente vengono distinti in base alle caratteristiche strutturali in saturi e insaturi. Nello specifico, gli Omega 3 ascrivono alla classe degli acidi grassi polinsaturi e costituiscono derivati metabolici del capostipite acido alfa linolenico (ALA), contenuto specialmente in determinate specie ittiche, oli vegetali, soia e noci. ALA, così come l’acido linoleico, rispetto agli altri acidi grassi è definito “essenziale” ed ha per l’appunto la peculiarità di dover essere assunto con la dieta.  Le sue riserve accumulate con la dieta subiscono nell’organismo una serie di reazioni a cascata finalizzate alla formazione di acidi desaturati e a catena più lunga: l’acido eicosapentaenoico (EPA) e acido docosaesaenoico (DHA), citati sopra.

Gli acidi grassi in genere sono coinvolti in svariate vie di segnalazione biologica, contribuendo al mantenimento dello stato funzionale delle membrane cellulari, oltreché alla formazione di prostaglandine ed eicosanoidi, assumendo di fatto un ruolo di rilievo nelle risposte immunitarie. Gli acidi grassi saturi sono da sempre considerati responsabili della perossidazione del colesterolo LDL – che viene poi attaccato dai macrofagi innescando una reazione immunitaria che può esitare nella formazione delle placche ateroscleriche – . Di contro, agli acidi grassi polinsaturi (i finora citati omega 3, ma anche omega 6) è da tempo associato un aumento dell’assorbimento delle LDL circolanti da parte del fegato ed una riduzione dell’attivazione infiammatoria.

La lotta al rischio cardiovascolare

Ad oggi dunque i diversi studi presi in esame dalla revisione in oggetto pongono un limite a tale ipotesi, mettendo di fatto in discussione quanto finora assunto nei dettami stessi delle autorevoli linee guida. In effetti fino ad oggi l’integrazione nella dieta delle molecole in esame è stata caldeggiata nei soggetti a rischio di complicanze cardiovascolare e non, forti di un’autorevolezza scientifica costruita nel tempo. Se venisse definitivamente confermata l’ipotesi di “effetto pressoché nullo”, vacillerebbe un importante alleato nella lotta a patologie che di fatto costituiscono la principale causa di morte nei Paesi industrializzati.  In Italia ad esempio quasi la metà dei decessi è attribuibile ad un evento cardiovascolare (con particolare riguardo alla cardiopatia ischemica). A questo si aggiunge il decorso terapeutico progressivamente cronico dei pazienti con patologie inerenti, con il risultante contributo del 23,5 % dell’intera spesa farmaceutica(pari all’1,34 del PIL).

I grassi polinsaturi: molecole di peculiare interesse

Sebbene dunque le conclusioni della revisione di Cochrane protendano verso una limitazione dei benefici degli Omega 3, va specificato che si è posto l’accento su integratori orali a base di EPA e DHA. Si è andati più cauti sull’ALA, riconoscendogli una seppure moderata riduzione degli eventi cardiovascolari. D’altro canto lo studio costituisce una revisione critica ed accurata di diversi trials (probabilmente la prima sull’argomento per completezza), selezionati sulla base di una specifica metodologia, tanto inevitabile quanto per certi aspetti limitante.

Va inoltre ricordato il ruolo fondamentale dell’intera classe degli acidi grassi nello sviluppo cognitivo e visivo, oltreché le crescenti evidenze circa la capacità inibitoria di proliferazione tumorale in modelli animali. Risultati che le rendono dunque molecole dagli innumerevoli potenziali applicativi e che si prospettano terreno fertile di inesplorati campi di ricerca.

FONTI | Articolo scientifico
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Daniela Rossetti
Redazione Farmacista, laureata presso l'Università degli studi "Gabriele d'Annunzio" di Chieti. "Nella sua accezione più ampia, considero la Medicina come la più umanistica delle scienze; in futuro mi auguro pertanto di offrire un piccolo e dedito contributo alla comprensione ed al miglioramento della condizione umana".