Minorenni e AIDS: tanti dubbi e pochi test

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In principio fu un raro cancro osservato in 41 omosessuali, per citare le parole scelte dal New York Times nel lontano 1981 per introdurre l’epidemia di AIDS che stava abbattendosi sulla città. Non è un cancro e nemmeno una malattia “degli omosessuali”, che, grazie a titoli simili, oltre alla malattia dovettero confrontarsi penosamente pure con lo società che li bollava con lo stigma di malati, infetti, infettanti. Sono passati anni, l’aspettativa di vita di una persona sieropositiva è paragonabile a quella di un coetaneo sano, l’AIDS non occupa più le prime pagine dei quotidiani. E sono 1,8 milioni i ragazzi sotto ai 15 anni infetti dai HIV nel mondo.

I numeri nel mondo

Il dato, reso noto durante la XXII International AIDS Conference, cattura l’attenzione. Tanto più che, aggiungono Suzanne Petroni e Thoai D Ngo sulle pagine di TheLancet commentando la notizia, il punto non è solo la cifra, ma la nuova distribuzione dell’infezione fra gli adolescenti.

Spectrum, il modello analitico usato da UNAID per valutare prevalenza regionale e globale dell’infezione, è settato per considerare la trasmissione del virus come verticale, perinatale, e in egual misura fra ragazze e ragazzi. L’analisi dei dati però sovverte questi parametri, e con essi le aspettative.

Risulta infatti che il 61% degli adolescenti fra i 15-19 anni che vivono con HIV sono femmine, e ben il 66% dei nuovi infetti in questo cluster di età sono proprio ragazze.

Il dato cambia parecchio le carte in tavola, soprattutto a livello di prevenzione, soprattutto a livello strategico. Non solo i preadolescenti malati sfiorano i 2 milioni nel mondo, ma il fatto che la proporzione di nuovi infetti dal virus HIV fra gli adolescenti sia sbilanciata verso le femmine suggerisce che la trasmissione orizzontale sia un fattore profondamente importante per l’infezione da parte del virus nelle ragazze, e molto più che nei maschi.

C’è un pensiero che affiora subito, e va sfatato immediatamente: non è solo colpa della trasmissione parenterale, tramite aghi infetti. Anzi, parrebbe dai dati raccolti finora che questo aspetto, nella fascia d’età così giovane, abbia un’influenza minima.

La chiave di volta

D’altra parte, bisogna anche dire che la trasmissione sessuale necessiterebbe di uno studio più approfondito. Ma non abbiamo dati sui comportamenti sessuali degli adolescenti fra i 10 e 14 anni. Ed è chiaro che, se l’attività sessuale può essere praticata anche da giovani adolescenti fra i 10-14 anni, fra questa popolazione si nasconde anche qualcuno vi è costretto, in particolar modo se di sesso femminile.

L’assenza di dati rende critica questa fascia d’età, per cui non esistono abbastanza studi e quindi riferimenti, e che comprende ben 557 milioni di persone.

Sapere, come sappiamo, dei comportamenti sessuali della popolazione dai 15 anni in su non basta. I dati dicono che dal 10 al 12% dei bambini nei paesi a basso o medio reddito cominciano la propria attività sessuale proprio fra i 10 e i 15 anni.

Rispetto ai dati che abbiamo grazie a Spectrum invece, gli autori hanno calcolato che nella coorte dei 15-19enni il 65% delle ragazze HIV+ ha contratto l’infezione per via orizzontale (un rapporto sessuale), al contrario questo è vero solo per il 43% dei ragazzi. E, forse pure in maniera controintuitiva, le trasmissioni orizzontali sono il 100% delle trasmissioni negli high-income countries: nei paesi come l’Italia.

Brutture italiane

Lo stigma, la paura o forse solo una scarsa alfabetizzazione sanitaria inquinano il suolo concettuale dell’opinione pubblica italiana. Nel 2017 sono più di 1200 i giovani tra i 15 e 24 anni, per l’86% maschi e per il 70% del totale eterosessuali, a rivolgersi al telefono verde AIDS e IST, quasi la metà dalle regioni del Nord Italia.

Un terzo delle domande rivolte agli operatori si riferivano alle modalità di trasmissione, un altro terzo invece riguardava i test. (Fosse anche solo per sfatare un dubbio sopito, qui c’è un articolo completo su tutto ciò che c’è da sapere sull’AIDS, senza miti ne taboo.)

Purtroppo, riporta L’Espresso in un reportage sul tema, in Italia una barriera legale impedisce ai minorenni di fare un test del virus HIV senza il consenso dei genitori, ad eccezione di particolari occasioni in cui viene chiesto il nullaosta del giudice tutelare.

Ulteriore, ma vaga, eccezione, è la possibilità, superati i 16 anni, di fare il test soltanto con il consenso del/la minorenne richiedente, informando però successivamente i genitori nel caso risultasse positivo.

Alcuni paesi come la Danimarca, l’Estonia, il Portogallo, la Spagna hanno abbassato l’età per poter richiedere il test autonomamente a 16 anni; in Germania e Regno Unito si può effettuare il test senza essere accompagnati dai genitori, quindi senza loro autorizzazione, dai 14 anni.

La restrizione tutta italiana interessa pure l’autotest che può essere comprato in farmacia per una ventina di euro (e che ricordiamo è affidabile solo se eseguito a distanza di 3 mesi dal rapporto a rischio, e viene poi confermato con gli esami specifici): anche questo solo per maggiorenni.

Qualche contatto utile

Nell’attesa di una adeguata leva culturale, e perché no, anche di un’azione politica (una petizione?), quale che sia il dubbio, il numero verde 800 861 061 ed il sito www.uniticontrolaids.it rimangono un riferimento imprescindibile: qui si trovano tutte le informazioni utili ed esperti pronti a dirimere qualsiasi dubbio. A prescindere dall’età. Perché, anche quando si parla di malattie a trasmissione sessuale, non c’è nulla di peggio che un dubbio inevaso.

Chiudiamo con una raccomandazione che non è mai di troppo: il prezzo di un preservativo è imparagonabile al costo umano dell’infezione. Ecco perché mai senza.

FONTI | articolo TheLancet; articolo L’Espresso; autotest; Lega Italiana per la lotta contro l’AIDS LILA