Trapianto d’utero: dove siamo arrivati?

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Negli ultimi anni è diventato sempre più attuale il tema della gravidanza medicalmente assistita. Grazie agli inesorabili progressi della scienza, sempre più donne che un tempo erano condannate all’infertilità e vedevano nell’adozione l’unico possibile surrogato per la loro condizione, sono tornate a vivere il sogno della maternità. Non senza che la cosa diventasse nel contempo anche oggetto di dibattiti politici ed etici.

Tuttavia, esiste una categoria di donne che ancora restavano escluse persino dalla possibilità di rimediare alla loro condizione attraverso la scienza. Stiamo parlando di quelle donne che, per problemi genetici (agenesia) o per cause secondarie (isterectomia ad esempio per carcinoma ovarico) sono fisicamente prive dell’utero. Si stima che, negli Stati Uniti, questa condizione rappresenti la causa di una percentuale compresa tra l’1 ed il 5% delle sterilità in età fertile.

Ecco perché, già da almeno due decenni, si è cominciato a paventare l’ipotesi di ricorrere al trapianto d’utero, una metodica chirurgica che possa effettivamente ripristinare la fertilità in donne che sono prive dell’organo per le suddette ragioni.

Per molti anni rimasto un obbiettivo ambizioso, oggi questo procedimento chirurgico è divenuto una realtà in rapida evoluzione, che in appena 4 anni ha visto moltiplicare la sua sperimentazione.

Il primo studio clinico (2014)

Il primo team di chirurghi che ha messo in opera uno studio clinico serio e rigoroso su questa innovativa metodica, è prevalentemente svedese, con esperti in diverse discipline (trapiantologia, ginecologia, anatomia patologica, genetica, anestesiologia) provenienti dal polo universitario di Göteborg.

Infatti, sebbene nel 2000 in Arabia Saudita si fosse tentato un primo intervento di trapianto d’utero, questo fallì a causa di una progressiva necrosi dell’organo nei mesi successivi all’intervento, secondo gli autori svedesi a causa di una inadeguata preparazione e ricerca prima della sperimentazione in vivo.

Il gruppo svedese, a differenza dei colleghi arabi, ha invece avviato un trial clinico nel 2014, su nove donne, solamente dopo 10 anni di ricerche e sperimentazioni animali. Di queste nove pazienti, due hanno avuto complicanze post operatorie quali una massiva trombosi dei vasi sanguigni che rifornivano l’organo ed una severa infezione post-operatoria.

Rimane comunque interessante seguire la progressione delle sette donne per le quali l’intervento è andato a buon fine: a circa due mesi di distanza dall’intervento, queste donne hanno cominciato ad avere un ciclo mestruale più o meno regolare, le cui variazioni sono state confermate essere nella norma anche con studi ecografici dello spessore endometriale. Lo studio ecografico è stato fondamentale anche per la valutazione delle anastomosi vasali effettuate per consentire al nuovo organo di essere adeguatamente vascolarizzato.

Sebbene durante il primo anno di sorveglianza si siano apprezzati alcuni fenomeni di rigetto, questi furono, in ciascun caso, privi di sintomi e ben controllati con terapia medica. Un aspetto importante correlato a questo trattamento, viene segnalato dagli stessi autori: dal 2006, sono stati circa oltre 14.000 i bambini nati da madri che avevano subito un trapianto d’organo e costrette ad una terapia immunosoppressiva durante la gestazione, ma non si è documentato (al 2015) alcun incremento di malformazioni congenite.

Lo stato dell’arte (giugno 2018)

La Società Americana per la Medicina Riproduttiva ha emanato nel giugno 2018 quello che tecnicamente viene denominato “position statement”: la posizione ufficiale che la società  decide di prendere a proposito del trapianto d’utero.

Il primo dato importantissimo che viene estrapolato da questo documento è numerico: 30 trapianti d’utero sono stati effettuati a livello mondiale e ben 11 parti sono stati portati a termine, in assenza di significative complicanze.

Senza riproporre tutta la discussione che viene affrontata nelle pagine di questo paper, è  interessante riproporre le conclusioni alle quali la Società Americana giunge:

  • Il trapianto d’utero è una metodica sperimentale per il trattamento dell’infertilità assoluta correlata all’utero;
  • Il trapianto d’utero deve essere effettuato solo previo consenso informato con un protocollo approvato da un comitato etico;
  • La metodica deve essere eseguita da un team multidisciplinare con una pregressa esperienza in materia;
  • L’utero può provenire da donatore vivo o da cadavere; entrambe le procedure offrono punti di forza e svantaggi.

Quindi, nel 2018, la posizione di una delle più autorevoli società mediche al mondo è molto possibilista ed incoraggia, seppure con la doverosa prudenza che sempre si associa alle nuove procedure medico-chirurgiche, la possibilità di eseguire trapianto d’utero in donne condannate alla sterilità per fattori strettamente dipendenti da quest’organo.

Conclusioni

Oggi il mondo della medicina sta sempre più cercando di rendere abili alla gravidanza tutte quelle donne che, per condizioni congenite o acquisite, non siano in grado di accedervi autonomamente. Il trapianto d’utero si inserisce in questo campo ad una velocità sostenuta e rappresenterà, nel prossimo decennio, una sfida chirurgica e medica di grande interesse.

Molte sono ancora le domande a cui occorre rispondere, ad esempio se sia più efficace un trapianto da donatore vivente o da cadavere, come eseguire le anastomosi arteriose – venose più efficaci, quali complicanze sul lungo periodo potrebbero insorgere in madre e bambino a causa delle terapie anti-rigetto, ecc. Tuttavia, la strada è ormai tracciata ed è davvero solo questione di percorrerla.

FONTI | Articolo originale, Position statement ASRM
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